Myanmar, foto di un bimbo annegato infrange silenzio su dramma Rohingya

Attualità - 5 gennaio 2017

imageZENIT – È ancora il sacrificio di un bambino a rompere il muro di indifferenza su una tragedia delle migrazioni. Come avvenne con Aylan Kurdi, il piccolo siriano annegato in un naufragio nel settembre del 2015, desta grande scalpore in queste ore l’immagine di un bimbo di 16 mesi di etnia Rohingya, Mohammed Shohayet, a faccia in giù, esanime, nel fango. Il bambino è annegato in un fiume mentre con i familiari cercava di fuggire dall’oppressione e dalla repressione in Myanmar verso il Bangladesh.

Il Myanmar, ex Birmania, paese a maggioranza buddista, conta su una popolazione di oltre 53 milione di persone un milione di musulmani, conosciuti come Rohingya. La minoranza abita il Paese da lungo tempo, ma i suoi membri non sono mai stati riconosciuti come cittadini e vengono considerati immigrati privi di diritti, quindi discriminati e oggetto di una repressione dura e indiscriminata. Ancora oggi i militari birmani negano le vessazioni e violazioni dei diritti umani compiute nei loro confronti.

La fotografia del corpicino ha riacceso i riflettori sul dramma, per cui si era espresso lo stesso Papa Francesco. Lo scorso 7 agosto 2015, rispondendo alla domanda di un giovane indonesiano durante l’incontro con il Movimento Eucaristico Giovanile (MEG), Bergoglio disse: “Noi vediamo, quando guardiamo la tv o sui giornali, conflitti che non si sanno risolvere, e finiscono in guerre: una cultura non tollera l’altra. Pensiamo a quei fratelli nostri Rohingya: sono stati cacciati via da un Paese e da un altro e da un altro, e vanno per mare… Quando arrivano in un porto o su una spiaggia, danno loro un po’ d’acqua o un po’ da mangiare e li cacciano via sul mare. Questo è un conflitto non risolto, e questa è guerra, questo si chiama violenza, si chiama uccidere”.

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