Esercizi spirituali, p. Michelini: la morte di Gesù, vera perché scandalosa

Attualità - 9 marzo 2017

eserciziRADIO VATICANA – Dalla Croce, Cristo porge il proprio fianco dal quale sgorgheranno acqua e sangue “per il perdono dei peccati”. Questo uno dei passaggi della settima meditazione del padre francescano Giulio Michelini, durante gli esercizi spirituali tenuti al Papa e alla Curia Romana presso la Casa Divin Maestro, ad Ariccia. Il servizio di Giada Aquilino:

Uno sguardo di “amore profondo” a Cristo crocifisso. Padre Michelini lo invoca nella riflessione mattutina, soffermandosi sulla morte del Messia nel Vangelo di Matteo. Una morte “reale”, chiarisce subito, non “apparente”:

“Non solo i discepoli stentano a credere che sia tornato in vita, e questo è vero; ma questo è possibile proprio perché Gesù è davvero morto”.

E i dettagli che descrivono la morte di Gesù sono talmente “scomodi”, talmente crudi, come ad esempio il grido dalla croce, che rientrano in quelli che sono soliti essere definiti “criteri di imbarazzo”, che ci portano a dire come tali particolari non possano essere stati creati: sono stati infatti scritti perché dicono realmente “qualcosa di quello che è accaduto”. Innanzitutto, va analizzato “il senso di abbandono che Gesù ha provato sulla croce” – quando pronuncia: “Mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato – acuito dall’incomprensione “da parte di chi sta assistendo al cruento spettacolo” della Passione di Cristo. C’è chi, spiega il francescano ripercorrendo i Vangeli sinottici, crede che Gesù chiami Elia:

“Chi poteva essere l’‘Elia’ che invocava Gesù? Certo, il profeta che sarebbe tornato: ma che cosa avrebbe potuto fare? Farlo scendere dalla Croce? O forse, come si diceva – e leggiamo nei Vangeli – Elia è già venuto ed era il Battista? Chiamava forse il suo amico, Gesù, dalla Croce? Evidentemente si tratta di un grande fraintendimento: Gesù non sta chiedendo l’aiuto di Elia e nemmeno quello del Battista; Gesù sta – con un grido – chiamando il Padre. Ma il Padre tace”.

Proprio il fatto che il Padre non intervenga, spiega padre Michelini, è “l’altro elemento imbarazzante di tutto il racconto della morte di Gesù”. Il sentimento che Cristo sta vivendo, il senso di abbandono da parte del Padre è comunque, aggiunge, qualcosa di reale e così “scandaloso” da risultare difficile da “inventare”. Gesù “si lamenta” non perché si senta abbandonato da Dio o per il dolore, ma perché le sue forze fisiche “vengono meno”. Eppure, due Vangeli, quello di Giovanni e quello di Luca, non riportano il grido di Cristo: è – sottolinea il francescano – “troppo scandaloso”. L’“ultima tortura” per Gesù è che non sia compreso “nemmeno dalla Croce”: è, dice padre Michelini, “qualcosa di sconvolgente”, viene “frainteso”. Perché, si chiede il predicatore, ci si fraintende? Ricorre ad un’esperienza personale: il colloquio avuto con una coppia in cui la moglie aveva scoperto il tradimento del marito attraverso i messaggini sul cellulare di lui. Due persone dietro cui “c’era una ferita grande”, l’adulterio: “era quello in fondo – dice padre Michelini – il problema che impediva di comprendersi” a vicenda. Gesù, riflette, quando può, interviene per “spiegare e rispiegare”. Ma dalla croce “non riesce a spiegare più nulla”:

“Naturalmente, noi sappiamo che la Croce spiega tutto. Ma Gesù non può nemmeno più dire perché sta chiamando il Padre e non sta chiamando Elia. Può fare solo una cosa: affidarsi allo Spirito che infatti donerà, perché sia lo Spirito a spiegare quello che non era riuscito a far comprendere. Oppure, dovrà attendere di risorgere e di stare con i suoi discepoli, di intrattenersi a tavola con loro per 40 giorni – dice l’inizio degli Atti degli Apostoli – per accompagnare per mano i discepoli, che non capiscono”.

Padre Michelini ricorda poi che “oltre” a quest’ultima tortura, c’è anche la “lancia del centurione”. E ripropone l’episodio di Cafarnao: un altro centurione “probabilmente armato” si rivolge a Gesù perché affranto dalla malattia di un suo “figlio” o un suo “servo”. E Cristo non gli rifiuta “un gesto d’amore”:

“Ora, secondo alcuni importanti testimoni testuali di Matteo, viene ucciso proprio dal colpo di lancia di un soldato. Gesù porge ai soldati l’altra guancia, come aveva insegnato nel discorso della montagna: al centurione di Cafarnao aveva dato la sua disponibilità. Ora, dalla Croce, può solo porgere il suo fianco dal quale sgorgherà acqua e sangue, per il perdono dei peccati”.

Esamina quindi il Vangelo di Matteo che spiega come il colpo di lancia venga dato “prima” della morte di Gesù e non dopo, come nel Vangelo di Giovanni, anche se – osserva – nella Chiesa alla fine ha prevalso l’interpretazione del quarto Vangelo: il colpo di lancia “dopo” la morte del Signore. Infine la meditazione si sofferma sulle donne presenti nella scena della crocifissione. Secondo Matteo, sono “molte”, tra cui Maria “madre di Giacomo e Giuseppe”; per alcuni questa figura è la “madre del Signore”, che è presente “sotto la croce” come nel Vangelo di Giovanni:

“Forse anche qui, come alcuni hanno notato, l’evangelista Matteo – che potrebbe addirittura avere ispirato Giovanni – vuole dire che Lei c’è, ma in un modo molto obliquo, addirittura con una sottolineatura, una strategia retorica non chiamandola ‘la Madre del Signore’, ma ‘Maria, la madre di Giacomo e di Giuseppe’. Per quale ragione? Qualcuno ha scritto – ed è un’ipotesi interessante – che Maria, la Madre di Gesù, non è più semplicemente lei e Gesù non è più semplicemente il Figlio di Maria. Come poi Maria, nel Vangelo di Giovanni, non sarà più semplicemente la Madre di Gesù, ma la Madre del discepolo amato e quindi Madre della Chiesa. Allo stesso modo Maria, nella Passione di Matteo, c’è e sarebbe però la madre di Giacomo e di Giuseppe, cioè dei suoi fratelli: e quindi anche per noi, per questo Vangelo, la Madre della Chiesa”.

Il francescano invita quindi a chiedersi se, a causa di “chiusure” o per orgoglio, non si capiscano gli altri, non tanto perché le cose che dicono “sono oscure”, ma semplicemente perché “non vogliamo comprendere”. Sollecita poi a cercare di capire se si abbia un “difetto” nella comunicazione con gli altri, esortando a “migliorarla”, crescendo “nell’umiltà”, e se si riesca “a cogliere la presenza di Dio” anche nell’“ordinarietà del quotidiano” o nello “sguardo dell’altro”.

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