Mikayel Minasyan: “Il Papa in Armenia ci ha fatto uscire dal guscio del dolore”

Attualità - 23 aprile 2017

VATICAN INSIDER – Il viaggio in Armenia che Francesco ha compiuto nel giugno 2016, è una delle poche trasferte che in cuor suo aveva deciso già all’inizio del pontificato.

Proprio nelle prime settimane erano scoppiate anche le prime polemiche a proposito di quanto accaduto all’inizio del Novecento in Armenia. Il 3 giugno 2013, Papa Bergoglio aveva infatti ricevuto il patriarca armeno di Cilicia, Nerses Bedros XIX. Uno dei componenti del seguito aveva filmato alcune parole del Pontefice che salutando una persona aveva parlato esplicitamente di «genocidio» e il video era stato subito postato su Youtube. Non si trattava di un incontro pubblico, le parole di Francesco erano state dette privatamente a conforto dei discendenti delle vittime di quelle stragi. Il ministero degli Esteri turco aveva immediatamente espresso il suo disappunto sia all’ambasciata della Santa Sede ad Ankara sia direttamente al Vaticano. Quattro giorni dopo, il 7 giugno, consegnava le sue credenziali nelle mani del Papa il primo ambasciatore residente della Repubblica di Armenia presso la Santa Sede, Mikayel Minasyan, che appena insediatosi aveva cercato di gettare acqua sul fuoco per pacificare gli animi. Oggi quelle polemiche, dopo la commemorazione in San Pietro del 2015 e dopo il viaggio papale in Armenia, sono soltanto un ricordo sbiadito. Vatican Insider ha chiesto all’ambasciatore Minasyan che cosa ha rappresentato la visita di Francesco.

Il 24 aprile si commemorano i martiri del genocidio armeno. Che cosa ha significato la visita del Papa al memoriale di Yerevan dedicato alle vittime del Metz Yeghérn, il “Grande Male”?

«Quella visita cosi carica di simboli ed emozioni, ha perfettamente espresso, penso, l’importanza di alcuni valori chiave del pontificato di Papa Francesco come la solidarietà, l’apertura e la libertà. La solidarietà nei confronti del popolo armeno, un popolo che ha molto sofferto e il Papa insegna che non si può non essere solidali con chi soffre. Di apertura perché ha dato agli armeni il coraggio di aprirsi al mondo, di uscire dal guscio del dolore alimentato ancora oggi dal negazionismo del governo turco, e infine di libertà, quella personale, del Papa, che ha sfidato le pressioni per esprimere gli altri due valori. Mi vengono in mente le parole espresse a caldo dal Presidente della Repubblica alla fine di quella cerimonia che forse meglio di tutte caratterizzano il significato della visita di Papa Francesco alla “Fortezza delle Rondini”: Santità, gli disse, oggi lei ha medicato le nostre ferite».

Ha colpito molti il fatto che Francesco abbia scelto, durante la visita al memoriale, di stare in silenzio, di non pronunciare discorsi. È accaduto così anche ad Auschwitz il mese successivo. Che cosa significa questo silenzio?

«Credo che dinanzi a certe tragedie che hanno colpito l’umanità non ci sia altro strumento che quello del silenzio come invito all’ascolto. Sentire cosa abbiano da dire le vittime, non parlare al posto loro, ma pregare per loro e pregare perché non accada all’umanità quanto sia accaduto a loro. Ancora all’apertura della messa del 12 aprile 2015, nel centenario della commemorazione, Papa Francesco aveva indicato in queste tragedie del Primo Novecento la radice di quanto accaduto dopo e di quanto accade purtroppo oggi. In Armenia si sentiva lo sguardo del Pontefice abbracciare i cristiani del Medio Oriente per i quali il Papa invece non si stanca di invocare la pace poiché invece il silenzio non può essere applicato alle tragedie che si consumano dinanzi ai nostri occhi, tenendo sempre in mente i valori che accompagnavano papa Francesco al memoriale del genocidio armeno».

Il martirio dei cristiani non è qualcosa che riguarda il passato: lo abbiamo visto drammaticamente in questa Pasqua insanguinata in Egitto. Il passato ci può aiutare ad affrontare il presente e il futuro?

«È ciò in cui crediamo noi armeni e ciò per cui da oltre un secolo lottiamo instancabilmente. Se allora, cento anni fa, alla tragedia che colpí il mio popolo, fosse stato dato il giusto giudizio, come viene tardivamente fatto dalle nazioni negli ultimi decenni, probabilmente avremmo avuto una situazione diversa per i cristiani oggi in Medio Oriente. Dalla Turchia aspettiamo questo passo e la consapevolezza che la pluralità culturale e politica è stata in passato la sua grande ricchezza e risorsa. Purtroppo però questa comune memoria viene continuamente negata, affossata, dimenticata».

Durante il viaggio in Armenia il Papa ha parlato della memoria non come qualcosa che blocca e irrigidisce nelle divisioni del passato: secondo lei sarà possibile fare dei passi in avanti in un riconoscimento condiviso anche con la Turchia?

«Mi sembra che il Papa abbia molto a cuore il tema della memoria. Ne ha parlato in diverse occasioni ma sempre come qualcosa di profondamente positivo, perché crea legami tra gli esseri umani, tra i popoli, anche quando sono difficili da accettare. Penso che quanto da lui espresso a San Pietro nel centenario del genocidio armeno e poi ribadito durante il viaggio in Armenia l’anno dopo, volesse fare di questa memoria il tesoro su cui costruire pacifiche relazioni tra armeni e turchi, la via della riconciliazione, con la consapevolezza però che per abbattere i muri non si può che partire dalla verità».

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