Il Giro d’Italia, la bici e i Papi: da Pio X a Francesco. E quei corridori a farsi “benedire” in Vaticano

Attualità - 21 maggio 2017

VATICAN INSIDER – Il primo Giro d’Italia comincia da Milano la notte del 13 maggio 1909. Traguardo della prima tappa Bologna: 397 km di distanza ad una media oraria di 28,090 che consegna la vittoria a Dario Beni. In quel periodo Giovanni Giolitti guida il suo terzo governo ed è Papa da sei anni Pio X che, se come ai tempi di Mantova e Venezia continua a proibire ai preti l’uso del “veicolo a ruote detto velocipede o bicicletta” (considerandolo una minaccia al “decoro sacerdotale)”, lo benedice come attività sportiva dei laici insieme all’alpinismo, al podismo e alla nautica aprendo i cortili del Vaticano a esibizioni ginniche. Si racconta che la “carovana” del primo Giro nel suo passaggio per il capoluogo emiliano incontrò la tradizionale processione della Madonna di San Luca e a veder sfrecciare i corridori ci furono di certo preti entusiasti di quella terra dove lo stesso arcivescovo di Bologna, Giacomo Della Chiesa, nel maggio 1909 alla guida della diocesi da pochi mesi, considerava senza preclusioni la bicicletta e di lì a poco, diventato Papa Benedetto XV nel 1914 l’avrebbe “sdoganata” per sempre. 

Su L’ Osservatore Romano non sarebbero più apparsi articoli che accostavano bicicletta e anarchia, e gli stessi preti “modernisti” che della bicicletta avevano fatto un vessillo, sarebbero passati ad altro. Qui però non parliamo di “Bicicletta, società e Chiesa ai tempi di Pio X”, come titola un curioso libro sul tema uscito anni fa (autori Antonella Stelitano, Quirino Bortolato, Alejandro Mario Dieguez, Treviso, pubblicato dall’ Editrice San Liberale di Treviso nel 2013), ma del Giro d’Italia e dei Papi. Perché se è vero che quello della “carovana rosa” è uno degli esempi della storia in cui memoria e ricerca si incontrano, restituendoci con i nomi o i volti di ciclisti la temperie del tempo, dall’alba alla fine del ’900 ed oltre (con le generazioni di italiani che cambiavano prima dividendosi tra Giovanni Gerbi e Giovanni Cuniolo, poi tra Costante Girardengo e Alfredo Binda -sin quando non arrivò Learco Guerra-, quindi tra Giovanni Valleti e Gino Bartali, o questi e Fausto Coppi, fino alle coppie di nobili rivali Moser-Saronni o Gimondi-Merckx, ecc. ecc.), si può pure dar conto pure di una percettibile attenzione all’appuntamento anche da parte dei pontefici a partire dalla metà all’incirca del ’900.

Un dato, certo, valido anche per altre manifestazioni sportive colte dai Vescovi di Roma come pretesto per ribadire la centralità dell’uomo, il rispetto della sua dignità, delle sue possibilità di crescita, il valore dell’ educazione, della solidarietà…Una piccola storia che poggia su discorsi , messaggi, gesti, incontri, via via dilatati con l’affermarsi prima dei media poi della televisione. Senza scordare che, il Giro nella sua storia ha toccato insieme alle città non pochi santuari italiani, antichi o più recenti , da quello del Ghisallo al nord -sede delle Madonna «precipua patrona celeste» dei ciclisti italiani (come decise Pio XII con lettera apostolica il 3 ottobre 1949), a quello di San Giovanni Rotondo al Sud, dove almeno un direttore sportivo si è infuriato per visite fuori programma a padre Pio.

E senza dimenticare che anche le tappe del Giro hanno visto partecipatissime messe all’alba prima della partenza o contorni di ecclesiastici, e che dentro tante imprese davvero faticose non è mancato un certo tipo di fede: se non quella dei corridori -non tutti paragonabili a un Gino Bartali, il campione terziario che dedicava le sue vittorie già negli anni 30 alla Madonna di Lourdes facendo arrabbiare i gerarchi fascisti – quella riposta in loro dai tifosi.

Ma vediamo qualche “tappa” della “carovana” in Vaticano nella storia del Giro d’Italia. La prima volta reca la data del 1946 . È Pio XII, il primo Pontefice ad incontrare insieme i ciclisti del primo Giro dopo la Seconda Guerra mondiale, quello vinto da Ortelli . I “girini” – come allora li si chiamava e ancora oggi qualcuno li chiama – arrivano a Roma per l’udienza loro riservata iI 26 giugno. Ecco Bartali, Coppi, la maglia rosa Ortelli, Ronconi: «Beniamini dell’applauso – commenta il cinegiornale- essi sono oggi lieti di applaudire». Pacelli, affacciato al balcone centrale del Palazzo Apostolico nel cortile di San Damaso, parla loro con simpatia e , congedandoli, li esorta: «Andate dunque, al sole radioso d’Italia, di questa vostra Patria, di cui conoscete le native splendenti bellezze e della quale volete essere campioni degni ed intrepidi. Andate, o prodi corridori della corsa terrena e della corsa eterna».

Altra tappa da ricordare durante il lungo pontificato pacelliano è quella del 1950, anno giubilare, che proprio per questo motivo vede scegliere come traguardo conclusivo del Giro la “Città eterna”. Tra le immagini più significative di quell’edizione il momento in cui Bartali e il suo rivale, il calvinista svizzero Hugo Koblet (che vincerà proprio l’edizione in quell’Anno Santo) sono immortalati da un fotografo inginocchiati insieme davanti a Pio XII. «Il Papa, sceso dal tronetto, si diresse inaspettatamente e con visibile e paterno piacere, verso due figure che subito caddero in ginocchio: Bartali e Koblet. Bartali, si sa, è un po’ in casa sua in quel tempio. Ma Koblet, calvinista, potrebbe rappresentare quanto di più anticattolico sia stato inventato dalla reazione protestante» scrisse in un articolo memorabile Luigi Gianoli, commentando: «Eppure Koblet, abdicando con straordinario tatto ad ogni principio, si prosternò con un gesto semplice, giovane e commovente così diverso dalla massiccia e severa devozione di Bartali, da descrivere, in virtù di un solo movimento, il carattere di due atleti».

Da Pio XII a Giovanni XXIII che a detta di molti come il predecessore è tifoso di Bartali e non disdegna qualche occhiata alla stampa sportiva. Su di lui girano aneddoti decisamente improbabili e le storie del ciclismo segnano che la carovana del Giro fu ricevuta da lui nella 46esima edizione quella del maggio 1963. Purtroppo né agende né il poderoso volume degli indici dei discorsi, messaggi e colloqui, vi fa alcun rimando . Certo è che quando morì, il 3 giugno 1963, la notizia raggiunse i corridori a Treviso. E l’indomani si disputò la cronometro senza premiazioni e senza pubblicità e in un clima mesto la “Maglia rosa” Balmamion corse col segno di lutto al braccio.

Il successore Paolo VI accolse subito il Giro dell’anno seguente e il 30 maggio 1964, un sabato, rivolse ai «carissimi corridori» e a tutti gli «Organizzatori, promotori, osservatori della grande gara ciclistica» un discorso persino accalorato in cui subito richiamò «l’interesse appassionato cui anche Noi, nella Nostra fanciullezza, seguivamo le notizie del Giro d’Italia». «È una tappa – aggiunse il Pontefice – che ci offre la gradita opportunità, non solo di ricordare i nomi famosi dei grandi corridori degli anni passati, ma di conoscere i vostri nomi e d’informarci delle vicende di questa sempre celebre gara!». Poi spiegava le «due importanti ragioni» per cui era felice di assistere al «passaggio romano»: e cioè per avere una nuova occasione di manifestare la sua «simpatia per tutti gli sportivi» e la sua «stima per lo sport».

Non senza argomentare: «Il senso di codesta visita al Papa è un’intuizione, che portate in fondo ai vostri animi senza forse saperla esprimere; e cioè l’intuizione che lo sport,[…] è un simbolo d’una realtà spirituale, che costituisce la trama nascosta, ma essenziale, della nostra vita: la vita è uno sforzo, la vita è una gara, la vita è un rischio, la vita è una corsa, la vita è una speranza verso un traguardo, che trascende la scena dell’esperienza comune, e che l’anima intravede e la religione ci presenta. E voi, venendo dal Papa, innalzate […], i vostri spiriti verso queste supreme finalità della vita, che nel vostro cimento sportivo trovano splendida immagine; e esprimete, con la vostra presenza, un desiderio, una preghiera d’essere capaci, d’essere degni non solo di rappresentare, ma di conquistare quella meta finale, ch’è il vero e ultimo destino della vita».

Dieci anni dopo altra sequenza memorabile. Con Paolo VI al via del 57° Giro d’Italia che parte dalla Città del Vaticano, con tanto di punzonatura nel cortile di San Damaso e Papa Montini che il 16 maggio 1974, accanto al patron della “corsa rosa” Vincenzo Torriani, abbassa la bandierina dello start della prima tappa, ad Anno Santo annunciato. Tra le immagini rimaste nalla storia di quell’anno per il ciclismo quella del Papa bresciano in piedi fra Eddy Merckx e Felice Gimondi.

Si racconta che la bicicletta sia stata una passione di Albino Luciani che però nel suo pontificato di 33 giorni non ha il tempo di toccare temi sportivi. Prima dell’elezione al papato da patriarca di Venezia manda il suo saluto al 55° Giro che nel 1972 vede come prima tappa il percorso Venezia -Ravenna. «Nulla di ciò che è umano è estraneo alla Chiesa. Sono qui per amore del giro, ma anche per amore di Venezia», è il suo augurio ai partecipanti, fra i quali il vicentino Marino Basso (che allo sprint conquista la prima maglia rosa) e Merckx vincitore di quella edizione (immortalato in una foto con il futuro Giovanni Paolo I). E c’ è chi ancora ricorda quell’omelia nella messa solenne in San Marco, il giorno prima della partenza, quando definì il Giro «avvenimento popolare umanissimo» e si potevano notare in prima fila Bartali e chierichetti d’eccezione Merckx e Franco Bitossi. In realtà quell’anno la “corsa rosa” non parte da Venezia, ma da Mestre. Il patron Torriani deve arrendersi e resta un sogno il tanto desiderato prologo delle due ruote dentro Venezia con arrivo all’ombra del campanile di San Marco. Il sogno diventerà realtà il 21 maggio 1978 , quello dell’irruzione del “colore” sul piccolo schermo e con tanto di riprese Rai dall’elicottero. Pur di far arrivare la “carovana” davanti alla Basilica fu collocato un ponte di barche sul Canal Grande, ottenutosi finalmente il consenso del patriarca.

Da Luciani a Karol Wojtyla. Tra le sequenze più rappresentative della sua attenzione alla “carovana rosa” primeggia la toccante udienza concessa da Giovanni Paolo II in Sala Clementina a tutti i partecipanti e gli organizzatori del Giro nel 2000, l’anno del Grande Giubileo. Nei filmati si riconoscono bene Adorni e Baldini, Magni e Gaul, Gimondi e Merckx, Moser e Saronni, Fignon e Hampsten, e c’é Marco Pantani tornato in pista dopo le disavventure dell’anno precedente e poi prematuramente mancato. A ricordarlo più volte è stato l’avvocato sorrentino Carmine Castellano, tra gli organizzatori, mai dimentico degli occhi lucidi dello scalatore romagnolo chiamato “il pirata” che, emozionatissimo, si inginocchia ai piedi di Wojtyla ricevendone una carezza sul capo. «Era un momento molto delicato della vita di Marco Pantani e… il Papa lo sapeva», ha ricordato Castellano. Giovanni Paolo II, di certo il Papa più sportivo della storia, in quell’occasione elencò le doti necessarie agli atleti: «Il rigore della preparazione, la costanza nell’allenamento, la consapevolezza dei limite delle capacità della persona, la lealtà nella competizione, l’accettazione di regole precise, il rispetto dell’avversario, il senso di solidarietà ed altruismo». Tre anni fa in un articolo sulla Gazzetta dello Sport si poteva poi leggere che: «Karol Wojtyla pedalava su una bicicletta di Ernesto Colnago», mentre «Sergio Sanvido ha costruito la bicicletta di Papa Ratzinger».

In realtà Benedetto XVI non è mai montato su quella “ammiraglia”. E tuttavia dal Capodanno 2007 è tesserato della Federiclo mondiale, l’Uci, in quanto presidente onorario del Gruppo Sportivo Madonna del Ghisallo, il già ricordato santuario dei ciclisti per eccellenza. Sempre Benedetto XVI ha benedetto, il 31 maggio 2006, in Vaticano, l’ultima pietra per il Santuario ora conservata nel salone centrale dell’attiguo museo. Reca il testo in latino “Omnia Vincit Amor”: l’amore vince tutto.

Del Papa teologo non si fatica a trovare qualche testo sulla sua visione dello sport come strumento di pace. Il resto, dopo che nel 2013, due mesi dopo l’elezione, Papa Francesco benedì nella sua residenza la tanto agognata maglia rosa (affermano i bene informati che l’idea era stata di Vittorio Adorni e il cardinale Tarcisio Bertone –allora segretario di Stato- gli aveva tirato la volata) è cronaca di questi giorni. Tra gli accrediti registrati al Giro è stato mostrato un pass per lui. Non lo userà, ma non faticherebbe ad approvare il testo di una grande targa affissa al santuario della Madonna del Ghisallo dove si legge: “Poi Dio creò la bicicletta perché l’uomo ne facesse strumento di fatica e di esaltazione nell’arduo itinerario della vita. Su questo colle essa è diventata monumento all’epopea sportiva della nostra gente che sempre è stata aspra nella virtù, dolce nel sacrificio”.

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