Don Ciotti: denunciare la corruzione è un impegno evangelico

Attualità - 16 giugno 2017

RADIO VATICANA – “Denunciare i danni della corruzione e intraprendere una lotta per sradicarla è un impegno della Chiesa, al fianco della quale servono leggi e una profonda rivoluzione culturale”.

Questa in sintesi la riflessione di don Luigi Ciotti, presidente di Libera, Associazione contro le mafie, al termine del “Dibattito sulla corruzione” svoltosi ieri in Vaticano. Forte l’appello del sacerdote, ad una cittadinanza che sia attiva: ma sentiamo le parole di don Ciotti nell’intervista di Fabio Colagrande:

R. – È anche un impegno evangelico, anche un impegno della Chiesa, alzare la voce quando in molti seguono un prudente silenzio. Un gruppo di noi ha lavorato in questi mesi e in questo momento il nostro lavoro è un po’ allargato a livello internazionale. Si va nella direzione di ricerca degli strumenti per fare la nostra parte come Chiesa. Una Chiesa che ci invita a guardare verso il cielo, ma a non distrarci dalle responsabilità che abbiamo verso la terra. La mafie, la corruzione, le forme di illegalità, le ingiustizie, le diseguaglianze, le povertà devono porci dei problemi, devono graffiare le nostre coscienze. Ci sono tre livelli. Il primo è certamente quello educativo, perché la responsabilità dell’educare e educare alla responsabilità mi sembra molto importante. Il secondo livello è l’impegno culturale, perché è la cultura che dà segno alle coscienze. Abbiamo bisogno di conoscenze perché la conoscenza è la via maestra del cambiamento. Quindi questo è anche un momento di scambio, di conoscenza, confronto e ascolto reciproco. E, infine, un altro grande impegno è quello di allargare la partecipazione, la presenza e l’impegno dei cittadini. Il cambiamento, infatti, ha bisogno certamente delle istituzioni, ma anche bisogno – dal basso e soprattutto da dentro – di una rivoluzione culturale etica e sociale. Oggi serve un movimento che ci coinvolga di più tutti per rendere protagonisti e partecipi i cittadini. Allora non bastano le sole leggi: sono importanti, ma serve un risveglio delle coscienze.

D. – E Papa Francesco quale contributo particolare sta portando su questo aspetto?

R. – Ha indicato la strada, ci invita umilmente a lavorare, chiede a tutti noi di portare, ognuno dal proprio territorio – qui c’è un mondo presente – la propria sensibilità, le proprie esperienze e anche le pratiche. A me sta a cuore sottolineare che non dobbiamo crearci idoli. Ad esempio, in Italia c’è il rischio che la legalità diventi un idolo. Una parola astratta, che diventa educativa nelle scuole ma non è poi una parola di vita che si traduce concretamente. Legalità, per non essere una cosa astratta, deve voler dire lavoro, scuola, sostegno alle famiglie, contrasto al gioco d’azzardo e a tutte quelle forme subdole che c’impoveriscono un po’ tutti.

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