Charlie. Il Papa: difendere vita, soprattutto se ferita da malattia

Attualità - 1 luglio 2017

RADIO VATICANA – La drammatica vicenda del piccolo Charlie continua a commuovere il mondo: l’ospedale di Londra in cui è ricoverato il bimbo di 10 mesi, affetto da una malattia rara considerata incurabile dai medici, ha rinviato di qualche tempo la decisione di staccare il ventilatore che lo tiene ancora in vita. E il Papa ieri sera è intervenuto con un tweet: un appello a difendere la vita, soprattutto nella malattia. Il servizio di Sergio Centofanti:

Milioni di persone in tutto il mondo pregano per il piccolo Charlie, perché gli sia data l’ultima speranza. Una gara di solidarietà internazionale ha permesso ai genitori di raccogliere un milione e mezzo di euro per portare il bimbo negli Stati Uniti per sottoporlo a una terapia sperimentale. Per i medici inglesi sarebbe solo un accanimento terapeutico che allungherebbe le sofferenze di Charlie colpito da una malattia rara che indebolisce progressivamente muscoli e nervi. Ma un genitore non smette di credere anche se c’è una remota possibilità di salvezza. Anche la Corte europea dei diritti umani ha detto di no all’ultima speranza. I genitori hanno chiesto allora di far morire il piccolo a casa. Ma anche questo è stato negato. Papa Francesco ieri sera con un tweet a sorpresa ha scritto: “Difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, è un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo”. In tanti sono costernati dal fatto che non si rispetti la libertà di scelta dei genitori. Ascoltiamo il prof. Francesco Belletti, presidente del Centro studi famiglia, al microfono di Fabio Colagrande:
R. – E’ terribile, perché noi accettiamo un intervento dello Stato sui bambini, sui figli dei genitori quando i genitori sono incompetenti, quando rifiutano la cura, quando maltrattano: allora tutti noi ci aspettiamo che lo Stato intervenga a favore del bambino. Ma quando il bambino è super-protetto dai genitori, quando i genitori fanno di tutto – avevano fatto una raccolta fondi, avevano recuperato i soldi anche per poter fare questo viaggio della speranza in America – lo Stato decide al posto dei genitori che la loro titolarità non c’è più. Questo è un dato devastante, che potrebbe essere applicato in qualunque circostanza, per esempio su scelte educative di qualunque genere … Quindi, è molto preoccupante questa invasività arrogante dello Stato al posto dei genitori. Ricordo che in tutte le Dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del fanciullo, i genitori hanno la piena e inviolabile titolarità alla responsabilità. Qui i genitori hanno fatto di tutto per il loro figlio e lo Stato propone loro una cultura della morte. Quindi, questo è assolutamente intollerabile.
D. – Lei ha detto tra l’altro che si tratta di un modo di concepire la legge che riduce una persona alla sua malattia …
R. – Certo: questo bambino sicuramente soffre, ma quante famiglie con malati terminali già oggi, in tutto il mondo, guardano un familiare che soffre! I primi che soffrono per il male del loro bambino sono stati i genitori di Charlie. Certamente anche a loro la sofferenza del bambino dava una ferita al cuore terribile; e però, contemporaneamente gli stavano vicino e lo vedevano come una persona piena, non lo riducevano al fatto di una malattia. Questa è l’altra cosa che antropologicamente è intollerabile. Pensiamo anche a tutti gli operatori della sanità, a quanta gente sta negli hospice, nelle strutture dove devono accompagnare alla morte gli anziani, le persone gravemente non autosufficienti … Dentro questa condizione, la persona è sempre più grande della malattia e la malattia non ha mai l’ultima parola. Hanno fatto vincere la malattia, i giudici hanno deciso che Charlie non era tanto una persona ma era caratterizzato solo dalla sua malattia. E’ veramente terribile. Mi rendo conto che sono parole dure, peròbisogna che qualcuno alzi la voce davanti a queste cose perché poi l’orizzonte di una decisione di questo tipo è infinito: uno Stato che pretende di decidere la tua dignità e pone le soglie anche quando ci sono le condizioni per la cura più umana possibile. Purtroppo, c’è anche questa idea, probabilmente c’è anche un retro-pensiero: se abbiamo meno persone di cui dobbiamo farci carico per tanti anni, spenderemo meno come sistema sociale. E questo non possiamo tacerlo. Cioè, dietro a questa idea di evitare la sofferenza, oltre che motivi umanitari purtroppo potrebbero esserci motivi economici.

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