Anniversario della morte di Paolo VI. La luce della Trasfigurazione

Attualità - 6 agosto 2017

L’OSSERVATORE ROMANO – La festa della domenica, Pasqua della settimana, è quest’anno accresciuta dalla coincidenza con quella della Trasfigurazione del Signore. Le accomuna il tema della luce.

La domenica, infatti, è, come cantava nell’inno Hic est dies sant’Ambrogio, «il giorno vero di Dio, sereno di mistica luce»; nel mistero della Trasfigurazione, per suo verso, il volto di Gesù «brillò come il sole»: un sole che non tramonterà mai, ma che risplenderà per sempre di una luce serena, che non acceca, attira lo sguardo e rallegra per il suo divino fulgore, commentava Pietro il Venerabile.A noi questa festa è cara anche perché ci ricorda il transito al cielo del beato Paolo VI, il cui corpo, che poi onoreremo, è deposto in queste Grotte. In una biografia di Cristina Siccardi è definito «il Papa della luce». Il suo permanente anelito alla luce rimane definitivamente scolpito in quel mirabile Pensiero alla morte che, quando l’apprendemmo dopo che fu letto nella congregazione generale dei cardinali il 10 agosto 1978, lasciò attoniti e commossi. Prima di allora, io mai avevo udito una testimonianza così alta e profonda, spirituale e carnale insieme ed è cosa che ancora oggi, dopo quasi quarant’anni, mi emoziona. «Camminate finché avete luce» scrisse citando il vangelo di Giovanni (12, 35) e continuava: «Ecco: mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce».
Rassomigliano, queste parole, all’esclamazione rivolta da Pietro a Gesù trasfigurato: «Signore, è bello per noi essere qui!». Vi riconosciamo il desiderio e l’accoglienza dell’amicizia con il Signore. E Paolo VI ebbe alto il culto dell’amicizia. A leggere i suoi tanti interventi si nota subito come egli unisca abitualmente l’amicizia alla comunione. L’amicizia con Dio, certo e anzitutto, che egli intendeva e spiegava alla luce del Suscipe ignaziano; ma pure l’amicizia umana, che non disdegnava illustrare richiamando il De amicitia di Cicerone. Quest’amicizia, anzi, sulla scia della prima lettera di Giovanni, Paolo VI la riteneva «esercizio graduale, propedeutico all’amore di Dio», come disse all’udienza generale del 26 luglio 1978, pochi giorni prima di morire.
Torniamo, però, al mistero della luce del Tabor, che non soltanto traspare dal volto e dalle vesti di Gesù, ma è pure concentrata in una nube luminosa che abbraccia i discepoli con la sua ombra. Quando commenta la scena evangelica — questo non è mai attestato nei discorsi milanesi, ma nel pontificato romano lo è due volte, in omelie quaresimali — Paolo VI se l’immagina avvenuta nel buio della notte sicché «i tre dormienti sono destati da un abbagliante guizzo di luce» (19 febbraio 1967) e i loro occhi «si aprono perché si è accesa una grande luce» (27 febbraio 1972). Non è solo una luce avvolgente, ma anche una luce parlante, sicché la visione si trasforma presto in audizione. Una voce, infatti, quella del Padre, che mentre sottolinea l’identità divina di Gesù ribadisce la necessità di ascoltarlo. C’è la Legge con Mosè e c’è la profezia con Elia, commenterà sant’Agostino in un sermone (79), ma chi è necessario ascoltare è Gesù perché in lui ci sono la voce della Legge e la lingua dei profeti.
Nella medesima lunghezza d’onda s’inserì una volta Paolo VI. Ascoltiamolo, rileggendo il discorso dell’udienza generale del 28 agosto 1974 dove parlava del pluralismo, preoccupato che «dalla plurisinfonia unificante e celebrante della Pentecoste» non si retrocedesse alla babelica confusione delle lingue. Un problema, dunque, cui non manca l’attualità.
E concludeva: «La vera religione, quale noi crediamo essere la nostra, non si può dire legittima, né efficace, se non è ortodossa, cioè derivata da un autentico ed univoco rapporto con Dio. Né un vago, e fosse anche commosso e sincero, sentimento religioso, né una libera ideologia spirituale costruita con autonome elaborazioni personali, né uno sforzo di elevare a livello religioso le pur nobili ed appassionate espressioni di sociologia lirica e morale di popoli interi, né le vivisezioni ermeneutiche rivolte ad attribuire al cristianesimo un’origine naturale o mitica, né ogni altra teoria o osservanza, che prescinda dalla voce infinitamente misteriosa ed estremamente chiara, risuonata sul monte della trasfigurazione e riferita a Gesù, raggiante come sole e candido come la neve: “Questo è il mio figlio diletto, nel quale io mi sono compiaciuto; lui ascoltate”, potrà placare la nostra sete di verità e di vita. Beati noi, se ci metteremo nel numero dei piccoli, che sanno ascoltare una tale voce, e pregustare la felicità della certezza immortale».

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