Caso Orlandi, quella ricerca di padre Lombardi

Attualità - 27 settembre 2017

VATICAN INSIDER – Il 22 febbraio 2012, con la presenza di Pietro Orlandi (fratello di Emanuela) in studio, la trasmissione di RaiTre “Chi l’ha visto?ˮ rendeva noto riassumendolo in un servizio video, il contenuto di un appunto che padre Federico Lombardi, all’epoca direttore della Sala Stampa vaticana, aveva inviato a un suo superiore o comunque a qualcuno di importante. Si tratta di un appunto riservato, nel quale il gesuita responsabile dei media vaticani sintetizza dati certi e domande aperte sul caso del rapimento della giovane Emanuela. Quel testo era stato scritto poche settimane prima, il 9 gennaio. Era l’inizio di Vatileaks, la prima grande fuga di documenti riservati fotocopiati dalla scrivania del Papa dal maggiordomo aiutante di camera Paolo Gabriele, poi arrestato subito dopo l’uscita del libro “Sua Santitàˮ di Gianluigi Nuzzi.

Quel 22 febbraio però il libro di Nuzzi non era ancora stato pubblicato e tra i documenti che già iniziavano a filtrare su alcuni quotidiani, l’appunto di Lombardi non c’era. Non è difficile ipotizzare che quel documento, un testo inviato per email dal portavoce vaticano a don Georg Gänswein, il segretario particolare di Benedetto XVI, sia stato consegnato a Pietro Orlandi dallo stesso Paolo Gabriele, dato che i due si conoscevano e si frequentavano. Il testo completo del documento non è stato pubblicato.

Leggendolo integralmente si comprende che l’appunto non era un resoconto sul rapimento bensì la recensione di un libro, la lettura guidata e accompagnata da varie considerazioni, di un testo appena pubblicato, che Pietro Orlandi aveva firmato insieme a un giornalista del Corriere della Sera. In effetti bastava il titolo per comprendere la natura del messaggio: «Sul libro di Fabrizio Peronaci e Pietro Orlandi: “Mia sorella Emanuela” (Appunto P.Lombardi, 27.12.2011, aggiornato 9.1.2012)».

Lombardi informa il suo interlocutore, il segretario del Pontefice, sui contenuti del volume, che giudica «abbastanza attendibile nelle informazioni che dà circa fatti e documenti». Ricorda le diverse piste citate nel libro e osserva: «Effettivamente si percepisce che la tragedia della famiglia non è solo quella di una figlia scomparsa, ma anche quella della tortura prolungata di messaggi, rivendicazioni, informazioni contraddittorie, che tengono sempre in dubbio e risvegliano la questione fino ai nostri giorni con presunti nuovi elementi (come le dichiarazioni piuttosto recenti di Sabrina Minardi, amante del boss della Banda della Magliana, Renatino De Pedis)». Il riferimento è quello all’ultima inchiesta, basata sulle dichiarazioni della “pentitaˮ Minardi, poi conclusasi con un nulla di fatto.

«Pietro Orlandi – scrive Lombardi – appare come persona che effettivamente cerca la verità, manifesta la capacità di rifiutare alcune ipotesi che gli appaiono del tutto infondate. Positivi, in questo senso, appaiono il suo non dar credito alle accuse infamanti a Marcinkus (bella anche la testimonianza della sua mamma in favore di Marcinkus), o la presentazione cordiale che fa di Luigi Mennini».

Il portavoce vaticano ritiene poi «eccessiva la sicurezza con cui si identifica la sigla “Phoenix” con i servizi segreti italiani», uno degli elementi di novità del libro che si sofferma sui vari depistaggi innestatisi nell’ancora oscura e irrisolta vicenda. Si definiscono «infondate e fantastiche» le affermazioni «sul colonnello Esterman, i suoi contatti con la Stasi e altri servizi, e una sua intenzione di fuggire da Roma». Per poi concentrarsi sull’atteggiamento di Pietro Orlandi, il quale «ritiene certo che la sorella sia stata sequestrata perché cittadina vaticana, in connessione con l’attentato a GPII (Giovanni Paolo II, ndr), e vorrebbe che questo fosse pubblicamente riconosciuto e dichiarato. Su questa connessione sembra che si sarebbero espressi – accreditandola – anche GPII e il card. Casaroli (questo è possibile, ma questo lo dice P.Orlandi e io non ne ho la certezza assoluta, non trattandosi di dichiarazioni pubbliche documentate)… In effetti i messaggi che richiedevano uno scambio Agca – Emanuela sono stati molti e insistenti».

Lombardi parla di un «coinvolgimento e un impegno molto grandi» di Papa Wojtyla, per poi riportare alcune affermazioni di Pietro Orlandi a proposito del mancato avviso dei rischi di sequestro alla famiglia Orlandi da parte delle autorità vaticane (dopo una soffiata dei servizi francesi il Vaticano aveva messo in guardia le famiglie dell’aiutante di camera Angelo Gugele e del capo dei gendarmi Camillo Cibin, che avevano pure delle figlie). Il fratello di Emanuela, ricorda ancora Lombardi nell’appunto, «ritiene anche che il Vaticano non abbia informato a sufficienza la famiglia (ad esempio dei contatti avuti con i rapitori, con la linea telefonica riservata) e non abbia collaborato abbastanza con gli inquirenti italiani (così sostengono anche degli inquirenti italiani, come Malerba e soprattutto il giudice Priore: per il rifiuto di testimonianza da parte di alcuni prelati)».

Da questa «mancanza di collaborazione e trasparenza» citata nel libro, viene accreditata l’idea di una «pista interna» che «sarebbe stata coperta dal Vaticano stesso e che potrebbe portare ai veri (o ad alcuni veri) mandanti del piano dell’attentato al Papa e del conseguente sequestro di Emanuela. Conferma di questa pista e della sua copertura sarebbero anche i fatti di informazioni e circostanze inquietanti, “inspiegabili” se non con “talpe” e spie interne. (Nota: di alcune di queste circostanze mi pare che effettivamente sono circolate voci che non mi risulta siano state mai veramente smentite)».

«In ogni modo – scrive ancora padre Lombardi nell’appunto indirizzato al segretario del Pontefice – nel libro di Orlandi-Peronaci si possono riconoscere alcuni chiari indizi dell’impegno vaticano di cercare di collaborare alla soluzione del sequestro (la linea telefonica diretta per i contatti con i sequestratori; l’appuntamento con il giudice Sica per il contatto con i rapitori – anche se fallito -, il contatto di mons. Stanislao con i carabinieri per smascherare la truffa del turco Sufurler…). Mentre non si vedono vere prove di voler nascondere qualcosa. Ad esempio, la intercettazione riportata di una telefonata di Bonarelli (gendarme vaticano che doveva essere ascoltato dai magistrati in merito del caso Mirella Gregori, ragazza scomparsa alcune settimane prima di Emanuela, ndr) non mi pare che dimostri molto, se non un abbastanza normale invito alla prudenza (credo da parte di Cibin) nella deposizione che egli dovrà fare. Oppure, il comportamento di mons. Stanislao con i truffatori appare saggio, e raggiunge rapidamente il risultato del loro smascheramento, e sarebbe esagerato parlare di una “trattativa” da lui fatta di nascosto dalla famiglia Orlandi….».

«Vi sono tuttavia – riconosce Lombardi – alcuni aspetti di comportamento umano e cristiano probabilmente criticabili o imprudenti, che hanno contribuito all’atteggiamento negativo di Pietro». Il portavoce cita tre esempi: La «reazione irritata di Castillo Lara (cardinale, ndr) alla prima intervista di Pietro Orlandi». L’«intervista di Oddi (cardinale, ndr) su ipotesi non onorevole per Emanuela» (si riferisce al fatto che il porporato disse di aver sentito dire che Emanuela era rientrata in auto in Vaticano, accreditando la pista di uno scandalo di natura sessuale o della tratta delle bianche). Infine, l’«assenza di autorità vaticane ai funerali del padre Ercole Orlandi (così almeno si afferma nel libro)».

«Tutto sommato – scrive padre Lombardi – mi sembra evidente che l’ipotesi di una “pista interna” vaticana di mandanti ecclesiastici di alto livello dell’attentato del Papa o del sequestro sia un’infamia incredibile, a cui non va dato il minimo di credibilità». Il portavoce nell’appunto però aggiunge un elenco di «punti su cui non è facile dare oggi risposta definitiva e documentabile».

«Ad esempio:

– Il fatto se ci fosse stata una messa in guardia su pericolo di sequestro (da parte dei servizi francesi) e se fossero state prese delle misure di prevenzione (Gugel, Cibin…).

– Se la non collaborazione con le autorità italiane (almeno in alcune delle forme richieste – rogatorie, deposizione Bonarelli) fosse una normale e giustificata affermazione di sovranità vaticana, o se effettivamente si fossero mantenute riservate delle circostanze che avrebbero potuto aiutare a chiarire qualcosa.

– La questione degli aiuti economici a Solidarnosc. Non credo che sia mai stata veramente chiarita (certamente non per il pubblico esterno), e torna a complicare anche questa situazione (almeno nella ipotesi del giudice Priore sulla responsabilità della Banda della Magliana nel sequestro).

– Le circostanze “inspiegabili” che fanno pensare a informatori interni al Vaticano».

Lombardi cita infine i «presunti interrogativi connessi alla tomba del boss della Banda della Magliana “Renatino” a Sant’Apollinare, e poiché mi pare che per parte della Chiesa il card. Vicario abbia dichiarato la disponibilità a lasciar aprire tale tomba, non capisco perché questo non sia ancora avvenuto» (anche questa verifica si concluderà di lì a poco con un nulla di fatto).

Il messaggio di Lombardi a monsignor Gänswein termina con una domanda: «Ha senso approfondire ancora la questione con qualche autorevole testimone che occupasse già a quel tempo qualche posto di responsabilità e che sia quindi in grado di dare un’informazione o un’opinione informata per un giudizio più sicuro e adeguato sul caso?». Non siamo in possesso della risposta, scritta o verbale. Ma da quanto emerso successivamente, risulta che il segretario di Benedetto XVI, dopo averne presumibilmente informato il Papa, abbia risposto affermativamente, autorizzando il portavoce a fare delle verifiche. Non si deve dimenticare che la quasi totalità di coloro che nel 1983 ricoprivano posti di responsabilità Oltretevere non è più a questo mondo e si percepisce che né padre Lombardi né i suoi interlocutori dell’appunto sono a conoscenza di informazioni decisive.

L’esito di questa personale “indagineˮ conoscitiva è il comunicato a firma di padre Federico Lombardi che a tutt’oggi è il documento ufficiale più lungo, articolato, puntuale, autorevole e aggiornato sul caso Orlandi. La dirittura morale e la preparazione dell’allora portavoce vaticano sono fuori discussione: quello che scrive nella nota diffusa il 14 aprile 2012 è il frutto della sua personale ricerca e dei dialoghi avuti con chi poteva avere qualche conoscenza dei fatti.

«Poiché è passato ormai un tempo considerevole dai fatti in questione (il sequestro avvenne il 22 giugno 1983, quasi trent’anni fa) e buona parte delle persone allora in posizioni di responsabilità sono scomparse, non è naturalmente possibile pensare a un riesame dettagliato degli eventi. Ciononostante è possibile – grazie ad alcune testimonianze particolarmente attendibili e ad una rilettura della documentazione disponibile – verificare nella sostanza con quali criteri e atteggiamenti i responsabili vaticani procedettero ad affrontare quella situazione». Si comprende dal seguito della nota che tra le testimonianze «particolarmente attendibili» c’è quella del cardinale Giovanni Battista Re.

Per rispondere alla domanda se «le autorità vaticane del tempo si impegnarono veramente per affrontare la situazione e collaborarono con le autorità italiane» e vi siano «ancora elementi nuovi, non rivelati ma conosciuti da qualcuno in Vaticano, che potrebbero essere utili per conoscere la verità», Lombardi ricorda innanzitutto il coinvolgimento personale di Giovanni Paolo II e i suoi otto pubblici appelli per la liberazione di Emanuela, la sua visita alla famiglia e il posto di lavoro allo IOR garantito al fratello della ragazza scomparsa. «A questo impegno personale del papa è naturale che corrispondesse l’impegno dei suoi collaboratori».

«Il cardinale Agostino Casaroli, Segretario di Stato e quindi primo collaboratore del papa – scrive Lombardi – seguì personalmente la vicenda, tanto che, com’è noto, si mise a disposizione per i contatti con i rapitori con una linea telefonica particolare. Come ha attestato già in passato e attesta tuttora il cardinale Giovanni Battista Re – allora assessore della segreteria di Stato e oggi principale e più autorevole testimone di quel tempo –, non solo la Segreteria di Stato stessa, ma anche il Governatorato furono impegnati nel fare tutto il possibile per contribuire ad affrontare la dolorosa situazione con la necessaria collaborazione con le autorità italiane inquirenti, a cui spettava evidentemente la competenza e la responsabilità delle indagini, essendo il sequestro avvenuto in Italia».

Come attestazione di questa «piena disponibilità alla collaborazione», la nota cita ad esempio la possibilità per «gli inquirenti (e soprattutto il SISDE)» di accedere «al centralino vaticano per un possibile ascolto di chiamate dei rapitori, e anche in seguito in alcune occasioni autorità vaticane ricorsero alla collaborazione con autorità italiane per smascherare ignobili forme di truffa da parte di presunti informatori».

«Risponde perciò a pura verità – continua la nota – quanto affermato con nota verbale della segreteria di Stato N. 187.168, del 4 marzo 1987, in risposta vaticana alla prima richiesta formale di informazioni presentata dalla magistratura italiana inquirente in data 13 novembre 1986, quando dice che “le notizie relative al caso… erano state trasmesse a suo tempo al PM dottor Sica”. Atteso che tutte le lettere e le segnalazioni pervenute in Vaticano furono prontamente girate al Dott. Domenico Sica e all’Ispettorato di P.S. presso il Vaticano, si presume che siano custodite presso i competenti uffici giudiziari italiani».

Padre Lombardi aggiunge: «Anche nella seconda fase dell’inchiesta – anni dopo – le tre rogatorie indirizzate alle autorità vaticane dagli inquirenti italiani (una nel 1994 e due nel 1995) trovarono risposta (note verbali della Segreteria di Stato N. 346.491, del 3 maggio 1994; N. 369.354, del 27 aprile 1995; N. 372.117, del 21 giugno 1995). Come domandato dagli inquirenti, il Sig. Ercole Orlandi (papà di Emanuela), il Comm. Camillo Cibin (allora Comandante della vigilanza vaticana), il Card. Agostino Casaroli (già Segretario di Stato), S.E. Mons. Eduardo Martinez Somalo (già Sostituto della segreteria di Stato), Mons. Giovanni Battista Re (allora Assessore della Segreteria di Stato), S.E. Mons. Dino Monduzzi (allora Prefetto della Casa Pontificia), Mons. Claudio Maria Celli (già Sottosegretario della sezione per i rapporti con gli Stati della segreteria di Stato), resero ai giudici del Tribunale Vaticano le loro deposizioni sulle questioni poste dagli inquirenti e la documentazione venne inviata, per il tramite dell’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, alle autorità richiedenti. I relativi fascicoli esistono tuttora e continuano a essere a disposizione degli inquirenti».

Ancora, Lombardi fa rilevare «che all’epoca del sequestro di Emanuela, le autorità vaticane, in spirito di vera collaborazione, concessero agli inquirenti italiani ed al SISDE l’autorizzazione a tenere sotto controllo il telefono vaticano della famiglia Orlandi e ad accedere liberamente in Vaticano per recarsi presso l’abitazione degli stessi Orlandi, senza alcuna mediazione di funzionari vaticani». Il portavoce conclude: «Non è quindi fondato accusare il Vaticano di aver ricusato la collaborazione alle autorità italiane preposte alle indagini».

Perché allora i magistrati italiani titolari delle varie inchieste sul caso non hanno mai nascosto di ritenere non sufficiente la collaborazione delle autorità vaticane? Di certo ha influito decisamente in questo giudizio il fatto che il Vaticano abbia risposto alle rogatorie internazionali rivolgendo le domande per iscritto ai testimoni e poi trasmettendole ai magistrati italiani, senza che questi avessero la possibilità di interrogare direttamente i protagonisti.

«Il fatto che alle deposizioni in questione non fosse presente un magistrato italiano, ma che si fosse richiesto alla parte italiana di formulare con precisione le questioni da porre – osserva Lombardi nel comunicato – fa parte della prassi ordinaria internazionale nella cooperazione giudiziaria e non deve quindi stupire, né tantomeno insospettire (si veda anche l’art. 4 della Convenzione Europea di assistenza giudiziaria in materia penale, del 20 aprile 1959)». Verissimo e giuridicamente inoppugnabile. Di certo però non è possibile paragonare un colloquio dal vivo con delle risposte scritte. La reazione dei magistrati è dunque del tutto comprensibile.

«La sostanza della questione – afferma ancora padre Lombardi – è che purtroppo non si ebbe in Vaticano alcun elemento concreto utile per la soluzione del caso da fornire agli inquirenti. A quel tempo le autorità vaticane, in base ai messaggi ricevuti che facevano riferimento ad Ali Agca – che, come periodo, coincisero praticamente con l’istruttoria sull’attentato al papa – condivisero l’opinione prevalente che il sequestro fosse utilizzato da una oscura organizzazione criminale per inviare messaggi od operare pressioni in rapporto alla carcerazione e agli interrogatori dell’attentatore del Papa».

«Non si ebbe – aggiunge il portavoce vaticano – alcun motivo per pensare ad altri possibili moventi del sequestro. L’attribuzione di conoscenza di segreti attinenti al sequestro stesso da parte di persone appartenenti alle istituzioni vaticane, senza indicare alcun nominativo, non corrisponde quindi ad alcuna informazione attendibile o fondata; a volte sembra quasi un alibi di fronte allo sconforto e alla frustrazione per il non riuscire a trovare la verità».

La nota di Lombardi si conclude affermando «con decisione» questi punti: «Tutte le autorità vaticane hanno collaborato con impegno e trasparenza con le autorità italiane per affrontare la situazione del sequestro nella prima fase e, poi, anche nelle indagini successive». Inoltre «non risulta che sia stato nascosto nulla, né che vi siano in Vaticano “segretiˮ da rivelare sul tema. Continuare ad affermarlo è del tutto ingiustificato, anche perché, lo si ribadisce ancora una volta, tutto il materiale pervenuto in Vaticano è stato consegnato, a suo tempo, al P.M. inquirente e alle autorità di Polizia; inoltre, il SISDE, la Questura di Roma ed i Carabinieri ebbero accesso diretto alla famiglia Orlandi e alla documentazione utile alle indagini».

Padre Lombardi infine ribadisce che «da parte ecclesiastica non si frappone nessun ostacolo a che la tomba (dell’esponente della Banda della Magliana Renato De Pedis, nella basilica di Sant’Apollinare, ndr) sia ispezionata e che la salma sia tumulata altrove, perché si ristabilisca la giusta serenità, rispondente alla natura di un ambiente sacro».

Insomma, padre Lombardi, sentiti nuovamente i testimoni sopravvissuti, assicura che non ci sono segreti da rivelare né inconfessabili “piste interneˮ. Poco più di una settimana prima della diffusione di questa nota, nella basilica di San Pietro, il predicatore della Casa Pontificia padre Raniero Cantalamessa nell’omelia del Venerdì Santo aveva usato parole riferibili anche al caso Orlandi: «Quanti delitti atroci rimasti, negli ultimi tempi, senza colpevole, quanti casi irrisolti! Non portate con voi nella tomba il vostro segreto». Secondo quanto affermato nell’articolata dichiarazione vaticana, di segreti Oltretevere sul caso Orlandi non ce ne sarebbero mai stati.

Questo documento, che va letto tenendo presente l’appunto interno inviato da Lombardi a Gänswein, è sembrato voler chiudere definitivamente un caso di sparizione avvenuta fuori dalle mura della Città del Vaticano che però ha coinvolto una cittadina vaticana figlia di un dipendente del piccolo Stato.

Quale contributo di novità alla vicenda deriva dal nuovo documento, palesemente falso e probabilmente scritto per apparire tale, pubblicato nel nuovo libro di Emiliano Fittipaldi intitolato “Impostoriˮ? A dare valore a quel testo – scritto da una mente raffinata e certamente non sprovveduta – è la sua collocazione nell’archivio che monsignor Lucio Vallejo Balda si era costituito nel periodo in cui era segretario della COSEA, la commissione incaricata di vagliare la situazione economico-amministrativa dei dicasteri e degli uffici vaticani, proponendo delle riforme. Di quella commissione faceva parte anche la Pr Francesca Immacolata Chaouqui che per prima, in un libro pubblicato nel febbraio 2017, parla dell’esistenza di questo documento – la presunta nota delle spese che la Santa Sede avrebbe sostenuto per mantenere la Orlandi nascosta all’estero – e sembra accreditarne l’importanza. Lo stesso fa Balda, che ne parla con varie persone. Inoltre è pure possibile che il dossier di cui parlano Balda e Chaouqui fosse più corposo del documento uscito.

È possibile che quel testo contenga spezzoni di informazioni vere, vale a dire, ad esempio, note per spese sostenute per indagare sul caso Orlandi? Difficile poter dare una risposta, in mancanza di documenti e di testimonianze attendibili al riguardo. Quello che è certo è che ci troviamo alla vigilia di un nuovo Vatileaks, con la pubblicazione di nuovi documenti riservati (probabilmente in parte provenienti ancora dall’archivio di monsignor Balda). E anche il caso di Emanuela Orlandi, scomparsa un tardo pomeriggio di giugno in centro a Roma, sulla cui sorte nulla di certo si è mai saputo, finisce in questo tritacarne di veleni, messaggi incrociati e ricatti.

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