L’arcivescovo Zuppi. Bologna aspetta il Papa: vogliamo essere famiglia

Attualità - 30 settembre 2017

AVVENIRE – Nel 1256 Bologna fu il primo Comune ad abolire la servitù pagando con il proprio “tesoro” il riscatto di circa 6.000 servi della gleba. I loro nomi sono scritti nel Liber Paradisus, il documento che testimonia questo storico atto.

Sarà questo il “biglietto da visita” della città che l’arcivescovo Matteo Maria Zuppi offrirà a papa Francesco nel primo dei saluti con cui lo accoglierà nella intensa visita di domani. «Lo farò – spiega il presule ad Avvenire – perché lì sono le radici più vere dell’umanesimo che caratterizza la nostra storia ». Con l’avvertenza però, aggiunge, che questa storia deve essere costantemente rinnovata, anche «con l’impegno concreto a liberare e ridare un nome alle vittime della schiavitù odierna», altrimenti «la nostra Bologna, che a giusto titolo ha Libertascome motto, rischia di trasformare questo vanto in orgoglio vuoto».

Eccellenza, come vi siete preparati per questa visita?
Il Papa viene a concludere il Congresso eucaristico. Quindi ci siamo preparati con una serie di momenti liturgici molto intensi che hanno coinvolto tutte le comunità. Particolarmente significativi sono stati quelli celebrate un paio di settimane fa, nella domenica dell’accoglienza, quando c’è stata una cura speciale ad andare a prendere tutti coloro che hanno più difficoltà a partecipare ai riti e a preparare un ambiente il più possibile accogliente. E questo per significare che la Chiesa è una famiglia e non un condominio, per usare il vocabolario di papa Francesco.

Qual è il clima che si respira in città?
Di attesa e di gioia. Quella di chi si appresta ad accogliere qualcuno che con la sua immediatezza, con la sua semplicità, con il suo magistero ha suscitato tanta empatia. E questo non solo nelle nostre comunità ma pure in coloro che normalmente sono più lontani. Anche chi non ha rapporti con la Chiesa si sente vicino a papa Francesco e prova affetto nei suoi confronti.

Come è nata l’idea di questa visita?
C’era l’invito al Congresso eucaristico. Ma domani ricorre la domenica della Parola, la prima dopo che è stata isti- tuita con la lettera apostolica Misericordia et misera, e che il Papa celebrerà con noi proprio qui a Bologna. Per noi era importante avere il Papa per questa occasione speciale. L’anno prossimo infatti lo dedicheremo all’ascolto della Parola. Questa visita in pratica conclude il Congresso eucaristico e apre questa riflessione sulla centralità della Parola di Dio.

Ma è anche altro. Il programma difatti si è arricchito di ulteriori appuntamenti…
Vero. D’altra parte il Papa non poteva venire a Bologna e senza incontrare l’Università, la più antica d’Europa. Sarà l’occasione per rivolgersi agli studenti, al corpo accademico e in qualche modo al mondo culturale di questa città, caratterizzato da un umanesimo di antichissima tradizione. Qui è nato il diritto. Se pensiamo ai tanti diritti negati e al diritto alla pace, l’Università non è solo passato, ma tanto futuro. Papa Francesco poi non poteva non incontrare il clero e le religiose, e lo farà nella cattedrale di San Pietro. Così come non poteva non incontrare i poveri.

Lo farà in due riprese.
Esattamente. Incontrerà i poveri della “nostra Lampedusa”, i migranti ospitati nell’Hub regionale di via Mattei. E poi il pranzo a San Petronio, la Basilica che esprime più di ogni altra l’identità cittadina, con i tanti poveri della nostra città: gli anziani più soli, i disabili, i tanti nostri fratelli più piccoli. La famiglia dei prediletti di Gesù, i piccoli. Anche questo appuntamento è legato al Congresso eucaristico. È l’altra mensa che quella eucaristica ci aiuta ad apparecchiare.

Nell’industriosa Emilia non poteva mancare anche un incontro con il mondo del lavoro.
Infatti. Ci sarà durante l’Angelus. Questa terra ha una bella tradizione di solidarietà che affonda le sue radici nei secoli passati. Qui c’è poi una prassi di dialogo tra le parti sociali per affrontare i problemi. Dialogo a volte anche aspro, ma dialogo. Un metodo che abbiamo potuto sperimentare anche noi, quando la Curia, anche col Comune e tutte le parti sociali, ha finanziato un progetto di reinserimento nel lavoro, con i proventi della Faac, di cui siamo proprietari.

Fatto più unico che raro questo di una diocesi proprietaria di un’azienda di queste dimensioni.
Non c’è dubbio. E questo è uno dei tanti motivi per cui dobbiamo ringraziare il cardinale Carlo Caffarra. Fu lui che, nonostante le perplessità espresse da più parti, accettò questo lascito dell’ingegner Michelangelo Magnini. La nostra scelta è che tutti i proventi siano usati per opere di carità, per quella lotta contro la povertà che è la vera lotta che noi tutti dobbiamo compiere per evitare i conflitti tra generazioni o tra poveri.

In questa visita il cardinal Caffarra non ci sarà…
È stata una scomparsa improvvisa, che ci ha colto di sorpresa. Lui attendeva con molto desiderio questa visita del Papa. Il giorno prima di morire mi chiamò. Era preoccupato perché non riusciva a prendere il pass. Lo tranquillizzai dicendogli: “Eminenza, non si preoccupi, lei entra comunque”. Anche perché gli avevamo preparato una piccola “trappola” al termine della celebrazione eucaristica finale nello stadio Dall’Ara. Cioè? Lui, nella sua discrezione, non aveva mai fatto un saluto ufficiale alla città. Allora avevamo programmato che la Messa si chiudesse con un grande applauso a lui dedicato.

E ora?
Lo faremo lo stesso. Tutti ci uniremo per ringraziare questo pastore che per molti anni ha con tanto amore servito la Chiesa e la città.

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