VIDEO – Il Papa a Nespoli: da lì, “con occhi di Dio”, la terra è fragile

Attualità - 26 ottobre 2017

VATICAN INSIDER – «Voi siete un piccolo Palazzo di Vetro, e la totalità è più grande della somma delle parti, questo è l’esempio che ci date, grazie tante cari amici, vorrei dire cari fratelli, perché siete rappresentanti di tutta la famiglia umana». Così papa Francesco ha concluso il suo colloquio in collegamento con la Stazione spaziale, dal Vaticano. È durato circa 25 minuti. Vista da lì, «con gli occhi di Dio», la terra «è fragile», commenta il Pontefice. 

Alle 15 di questo pomeriggio, 26 ottobre 2017, dall’auletta dell’«Aula Paolo VI», il Vescovo di Roma si collega in diretta audio video con l’equipaggio della Missione 53 a bordo della Stazione spaziale internazionale, in volo a 400 km dalla Terra. Il personale dell’equipaggio è composto da: Randolph Bresnik (Usa), comandante della Nasa; Paolo Nespoli (Italia), ingegnere dell’Esa; Mark T. Vande Hei (Usa), ingegnere della Nasa; Joseph Acaba, (Usa, di origine portoricana), ingegnere della Nasa; Segey Ryazanskiy (Russia), ingegnere; e Alexander Misurkin (Russia), ingegnere.

Il Papa, nel corso del collegamento, ha un dialogo con gli astronauti.

«Buongiorno o buonasera, perché quando si è nello spazio mai si sa, penso che lì nella Stazione spaziale le giornate scorrono in modo diverso, vero?”, esordisce Francesco, col sorriso.

Prima domanda: «L’astronomia ci fa contemplare gli orizzonti sconfinati dell’universo e suscita in noi le domande da dove veniamo dove andiamo. Chiedo a lei, Nespoli, alla luce delle sue esperienze nello spazio qual è il suo pensiero sul posto dell’uomo nell’universo?».

Nespoli risponde premettendo che «è una persona tecnica, un ingegnere, quando si parla di queste cose rimango anch’io perplesso, è un discorso molto delicato. Penso che il nostro obiettivo qua è quello di conoscere il nostro essere, riempire la conoscenza, capire quello che ci sta attorno. Più conosciamo e più ci rendiamo conto di conoscere poco. Mi piacerebbe che persone come lei, non solo ingegneri e fisici», ma anche «teologi, filosofi scrittori poeti venissero qui nello spazio per esplorare cosa vuole dire avere un essere umano nello spazio».

Replica Francesco: è «vero quello che lei dice; in questa sala da cui vi sto parlando si trova, come vedete, un arazzo artistico ispirato al versetto con cui Dante termina la “Divina commedia”, “l’amor che muove il sole e le altre stelle”. Vi chiedo che senso ha per voi che siete tutti ingegneri e astronauti chiamare amore la forza che muove l’universo».

Questa volta interviene il russo Segey Ryazanskiy, riferendosi «a un libro che sta leggendo qua sopra, “Il piccolo principe” di Saint Exupery, la storia del ragazzo che darebbe volentieri la propria vita per far tornare piante e animali sulla terra, e sostanzialmente l’amore è quella forza che ti dà la capacità di dare la tua vita per qualcuna altro».

Al Pontefice «piace quella risposta, senza amore non è possibile dare la propria vita per qualcun altro. Si vede che lei ha capito quel messaggio che tanto poeticamente spiega Saint Exupery e che voi russi avete nel sangue, nella vostra tradizione tanto umanistica e tanto religiosa, grazie».

Papa Bergoglio prosegue: «Questa è una curiosità (dicono che solo le donne sono curiose, ma anche noi uomini siamo curiosi – scherza): cosa vi ha motivato a diventare astronauti? Cosa maggiormente vi dà gioia nel tempo che passate nella stazione spaziale?».

Il russo Misurkin evidenzia che «rappresentiamo qui diversi paesi del nostro pianeta e ognuno di noi ha la sua storia»; la sua «via di diventare cosmonauta, la mia storia è iniziata con mio nonno, ingegnere capo nel primo satellite, Sputnik, e io ho deciso di continuare quanto lui ha fatto con nuove tecnologie e nuova scienza». Bresnik poi racconta: «Quello che mi dà gioia ogni giorno è guardare fuori e vedere la creazione di Dio, indescrivibile bellezza. Mentre vediamo la terra, non si vedono guerre e conflitti, l’atmosfera è estremamente fine e labile e guardare la terra in questo modo ci fa pensare al fatto che tutti dovremmo collaborare per un futuro migliore».

Anche queste parole sono «tanto» apprezzate dal Papa: ciò «che avete detto, il primo che è andato alle proprie radici, è andato dal nonno, e lei che viene dall’America è riuscito a capire che la terra è troppo fragile, è un momento che passa, è una cosa molto fragile, fina, l’atmosfera, e tanto capace di fare del male, di distruggersi, e lei è andato a guardare con gli occhi di Dio: il nonno e Dio, le radici e la nostra speranza e forza. Mai dimenticare le radici, questo mi fa bene sentirlo da voi, grazie».

Altra questione posta da Francesco: «Viaggiare nello spazio modifica tante cose che si danno per scontate nella vita quotidiana, per esempio l’idea del su e del giù: c’è qualcosa in particolare che vivendo nella Stazione spaziale vi ha sorpreso, e c’è al contrario qualcosa che vi ha colpito perché ha trovato conferma anche in un contesto così diverso?».

Parla Mark T. Vande Hei: «Quello che mi ha sorpreso è che affrontare una cosa da una prospettiva diversa può renderlo familiare. Quando lavoro a qualcosa molto vicino a me mi rendo conto che gli sono ruotato intorno, e vedere quella cosa da una prospettiva diversa mi sorprende. Quello che mi ha sorpreso perché non è cambiato è che per capire dove sono devo decidere io dove è il su e il giù e stabilire il mio microcosmo».

Papa Bergoglio nota che «questa è una cosa propriamente umana, la capacità di decidere».

Poi chiede: «La nostra società è molto individualista, invece nella vita è essenziale la collaborazione, penso a tutto il lavoro che c’è dentro una impresa come la vostra. Potreste darmi qualche esempio significativo?».

Acaba spiega: è «un grande esempio di collaborazione internazionale, lavoriamo tutti i giorni con i diversi centri in tutto il mondo, Stati Uniti, Canada, Giappone e nove paesi in Europa. Sono le persone che collaborano, le diversità rendono più forti e possiamo fare cose molto migliori che se fossimo soli».

Per Francesco, «voi siete un piccolo Palazzo di Vetro, e la totalità è più grande della somma delle parti, questo è l’esempio che ci date, grazie tante cari amici, vorrei dire cari fratelli, perché siete rappresentanti di tutta la famiglia umana nel grande progetto di ricerca di questa stazione spaziale, grazie per questo colloquio che mi ha molto arricchito». Assicura di pensare alle vostre «famiglie, pregherò per voi, e voi per favore pregate per me, grazie».

 

AVVENIRE – «Voi siete un piccolo Palazzo di Vetro, e la totalità è più grande della somma delle parti, questo è l’esempio che ci date. Grazie perché siete rappresentanti di tutta la famiglia umana nel grande progetto di ricerca di questa stazione spaziale». Sono le parole conclusive, prima della benedizione, pronunciate da papa Francesco al termine di venticinque minuti di dialogo con l’equipaggio della Stazione spaziale internazionale (Iss). Venticinque minuti in cui il Pontefice ha rivolto sei domande profonde, o anche semplicemente curiose, agli astronauti. Le risposte sono arrivate in italiano, in russo, in inglese. A riprova di quell’incontro tra nazioni – appunto il Palazzo di Vetro citato dal Papa, ovvero la sede delle Nazioni Unite – che si realizza nello spazio, da dove la Terra, come è stato detto in una risposta, appare «in pace, senza frontiere e senza guerre».

La voce di un Papa venuto «dalla fine del mondo» è arrivata oltre i confini stessi del mondo. L’evento è stato trasmesso in diretta dal Centro televisivo vaticano.

L’equipaggio della missione attualmente in orbita – si tratta della “Expedition 53” – è composto da sei astronauti: tre statunitensi, due russi e un italiano, Paolo Nespoli.

E per Nespoli, 60 anni, è stato un bis: l’astronauta italiano era infatti a bordo della Stazione spaziale anche quando Benedetto XVI si collegò il 21 maggio 2011 con l’Iss. Allora papa Ratzinger, dalla Biblioteca Vaticana, dialogò per mezz’ora con i sei astronauti dell’Iss, a cui si erano aggiunti quelli dello Space Shuttle Endeavour (tra cui l’italiano Roberto Vittori), che nel suo ultimo volo aveva portato strumenti e materiali all’Iss.

Quello era stato il primo colloquio di un Pontefice con interlocutori nello spazio, a circa 400 chilometri dalla Terra, e si era svolto in una modalità inusuale, che Francesco ha scelto di ripetere: era stato infatti Benedetto XVI a rivolgere delle domande, cinque, ed erano stati gli astronauti a rispondere. Nell’ultima domanda tra l’altro, particolarmente intensa, il Papa aveva chiesto proprio a Nespoli, che aveva perso la madre mentre era in orbita, come avesse vissuto quel momento in una situazione di separazione da tutto, ricordandogli che aveva pregato per lui.

Se si pensa ai Papi del post-Concilio e al loro “rapporto” con lo spazio, non si può non citare una scena divenuta celebre: quella di Paolo VI che seguì la lunga diretta Rai dello sbarco sulla Luna, nella notte fra il 20 e il 21 luglio 1969, e che benedisse l’impresa dell’Apollo 11.

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