Don Zeno Saltini: un prete “in eccesso” con un cuore di padre

Attualità - 8 maggio 2018

AGENSIR – (da Nomadelfia) “L’uomo è diverso”, in una mano, ed “Exsultate et gaudete” dall’altra. Quando entriamo in episcopio, a Grosseto, la prima cosa che ci mostra il padrone di casa, mons. Rodolfo Cetoloni, sono questi due libri. Uno è del fondatore di Nomadelfia, l’altro è del Papa che ha scelto di rendere omaggio a don Zeno Saltini il 10 maggio prossimo, nella sua ventiduesima visita pastorale in Italia in due tappe: Nomadelfia e Loppiano, due cittadelle accomunate dalla tensione verso l’unità e dalla fraternità come aspirazione universale alla fratellanza tra gli uomini. E proprio queste due parole – insieme a popolo, famiglia e fedeltà alla Chiesa – sono quelle che risuonano di più anche quando intervistiamo Francesco Matterazzo, presidente di Nomadelfia, e don Ferdinando Neri, terzo successore di don Zeno in quell’angolo di Maremma che tra poco vedrà Francesco sostare sulla tomba di don Zeno, a 70 anni dalla nascita della sua “creatura” e a 50 dalla costituzione della prima scuola familiare.

 

Il 10 maggio, mentre il Papa sosterà in preghiera sulla tomba di don Zeno, in sottofondo ci sarà il suono delle sue ultime parole, il suo testamento spirituale.

Poi la visita alle famiglie che abitano il “Poggetto” e l’incontro di festa con la comunità, nella sala che porta il nome del sacerdote modenese, prima del discorso del Santo Padre.

I santi della porta accanto. “Un’occasione preziosa perché anche la nostra Chiesa si accorga di più del dono di don Zeno e di Nomadelfia, un popolo presente qui ormai da mezzo secolo”. Così mons. Rodolfo Cetoloni, vescovo di Grosseto, definisce la prossima visita del Papa, che il 10 maggio accoglierà al suo arrivo. “Contro l’individualismo che ci svuota e ci rende schiavi, Nomadelfia è una di quelle realtà che dice che il Vangelo può essere vissuto”. È la “santità della porta accanto” di cui parla Francesco nella sua ultima esortazione apostolica, e che prende il volto di persone che, come don Zeno, “nella loro esistenza hanno vissuto la scomodità di essere cristiani: per loro, per le loro Chiese e

“Oggi è necessario capire cosa Nomadelfia significa per la Chiesa, e cosa la Chiesa significa per Nomadelfia”, l’auspicio per il viaggio del Papa.

Dalla morte alla vita. Don Zeno che trasforma l’ex campo di concentramento di Fossoli da luogo di morte in luogo di vita. Che svuota il brefotrofio di Roma portando con sé 120 ragazzi, neonati e adolescenti, gli “scartini” come li chiamava la società di allora, le vittime della “cultura dello scarto” direbbe oggi Papa Francesco. Sono alcune istantanee tratte dai 70 anni di storia di Nomadelfia che utilizza il presidente, Francesco Matterazzo, per parlarci di “un popolo nuovo, alternativo, che ha come fondamento la realtà della vita cristiana: il Vangelo”. Lo ha voluto così, don Zeno. Quando da Fossoli, nel 1954, la comunità si trasferisce a Nomadelfia, “nasce una vera e propria realtà sociale”, spiega Francesco. Don Zeno ha inventato la figura della “mamma di vocazione”: la prima è mamma Irene. Il 10 maggio il Papa onorerà anche la sua tomba, dopo quella di don Zeno e insieme a quella di Nelusco, il papà della prima famiglia che si è dichiarata pronta ad accogliere con sé in affido “i figli dell’abbandono”: orfani, carcerati, disabili, vittime di violenza, profughi di guerra. Sono 5.000 quelli “salvati” fino ad oggi. L’ultimo omaggio, nel cimitero, Francesco lo riserverà alla lapide di Pino Arpioni, collaboratore di Giorgio La Pira.

 

In eccesso, cioè in avanti. Don Ferdinando Neri è il terzo successore di don Zeno alla guida di Nomadelfia. Ci tiene a parlare di lui partendo dal modello di sacerdote “sui generis, fuori dagli schemi” che incarnava. Diventato prete a 31 anni, dopo la laurea in diritto all’Università Cattolica non ha fatto il seminario, ma ha condensato la sua formazione al sacerdozio in un solo anno.

“I suoi confratelli lo consideravano uno che non era formato, e dunque in difetto, mentre lui era in eccesso, in avanti”, la lettura di don Ferdinando, secondo il quale è la paternità la parola-chiave per comprendere il modello di sacerdote che don Zeno ha incarnato.

 

Paternità e “orfananza”. Nella sua prima messa solenne nel duomo di Carpi, ha voluto che un ex detenuto, senza famiglia, ai margini della società, fosse con lui sull’altare in qualità di suo figlio. Poteva sembrare esibizionismo, invece è stata una scelta dolorosamente discriminante. Quando nel 1952 è stato abbandonato dalla Chiesa, e i nomadelfi dispersi, don Zeno si è trovato di fronte ad un’alternativa drammatica: lasciare che i suoi figli si perdessero nella malavita, oppure continuare ad essere loro padre rinunciando ad essere sacerdote. Un anno dopo, la richiesta di riduzione allo stato laicale: non si è sentito meno sacerdote per questo, la sua paternità non era solo spirituale, ma concreta, sapeva che i nomadelfi non avrebbero avuto altri se non lui. Per don Zeno la parola “orfano” doveva essere cancellata. Sembra di sentire Papa Francesco, quando denuncia che una delle malattie più gravi del nostro tempo è “l’orfananza”.

In Tanzania? Quando gli chiediamo cosa dirà al Papa, don Ferdinando non risponde direttamente, ma fa presente la necessità di riscoprire i tratti ancora inesplorati della figura di don Zeno, magari aprendo gli archivi del Vaticano che lo riguardano: “Anche se don Zeno non voleva finire dentro una nicchia, meriterebbe di essere ristudiato e rivalorizzato”. Come il carisma di Nomadelfia, patrimonio da esportare nel mondo: in Tanzania, ad esempio, dove sono in corso scambi di visite tra i nomadelfi e i padri del monastero di Mvimwa. “Aspettiamo indicazioni”, rivela don Ferdinando attendendo il 10 maggio.

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