Grazie a Dio, c’è anche Scorsese

Cultura e Società - 16 gennaio 2017

IMG_0947LA STAMPA – A volte, per vedere cos’è il cristianesimo, un paio d’ore passate al cinema servono più di dieci corsi di teologia o di morale nelle Università pontificie.

È successo in passato con Pasolini e con Benigni, con Robert Bresson e Xavier Beauvois. Succede oggi con Martin Scorsese e il suo film Silence, ispirato – con una gestazione durata decenni – dall’omonimo romanzo dello scrittore cattolico giapponese Shusaku Endo, pubblicato nel 1966. Un capolavoro da alcuni giorni proiettato anche nelle sale italiane, che raccontando una vicenda di quattro secoli fa offre sorprendenti vie di fuga anche dalla confusione che sembra segnare l’attuale condizione ecclesiale riguardo alle dinamiche più elementari dell’avvenimento cristiano, e del suo comunicarsi.

Il film è una storia di persecuzione cristiana, di debolezze cristiane e di apostasia, dove anche un pubblico rinnegamento della propria appartenenza alla Chiesa, per paradosso di grazia, diventa occasione della più disarmante e reale esperienza della redenzione operata da Cristo, e del suo «modo» imparagonabile di donare la salvezza, senza misura.

L’avventura cristiana ripercorsa da Scorsese è quella dei missionari gesuiti e dei cristiani «nascosti» nel Giappone del 1600, mentre su quelle comunità imperversano le persecuzioni cruente ordinate degli shogun. In Europa è arrivata la voce che Cristovão Ferreira, gesuita portoghese che scaldava i cuori dei suoi confratelli con i racconti dei prodigi dell’evangelizzazione nella dura terra giapponese, nel vortice della persecuzione ha fatto apostasia della fede cristiana. Due suoi giovani allievi vengono inviati in Giappone per verificare le sconvolgenti notizie che circolano sul loro maestro. Così si trovano catapultati tra le vicissitudini di contadini e pescatori battezzati, che vivono la loro fede di nascosto, cercando di sfuggire ai sospetti delle autorità locali, sempre a caccia di cristiani da costringere all’abiura attraverso supplizi atroci e perversi.

Nel film di Scorsese, e nel libro di Shusaku Endo, il cristianesimo non è una «religione superiore per classi superiori» (Péguy). Per i contadini e i pescatori delle isole giapponesi, tutto il dinamismo della fede cristiana è ricondotto ai suoi tratti essenziali, minimali: la grazia dei sacramenti è il tesoro che hanno ricevuto e grazie al quale si sentono rivestiti di Cristo, la sorgente a cui vogliono continuamente dissetarsi dentro una condizione umana segnata dalla miseria e delle violenze feroci dei persecutori. I due gesuiti, nascondendosi di giorno, la notte esercitano segretamente la loro missione sacerdotale e ne percepiscono la grandezza e la necessità, in quella condizione così stravolta: la persecuzione che li avvolge tutti è brutale e senza motivo, esprime odio gratuito, anche quando gli aguzzini provano ad ammantarla con ragioni psuedo-culturali, martellando sul teorema secondo cui il cristianesimo «non è fatto per il Giappone».

La persecuzione viene raccontata dal film di Scorsese in maniera cruda, senza «proteste» indignate e senza addolcimenti agiografici. Ancora prima di essere catturati anche, i due gesuiti assistono impotenti al martirio dei poveri contadini che non riescono a dissimulare la loro fede davanti ai gesti di apostasia – come calpestare le immagini sacre o sputare sul crocifisso – richiesti dai persecutori. Padre Paolo Rodrigues, principale protagonista dell’opera, vive lo scandalo davanti a sofferenze atroci, sofferte senza motivo dai poveri, quelli che dovrebbero essere i prediletti di Cristo, nel «silenzio» di Dio. Non c’è niente di eroico e sublime nel modo in cui i poveri cristiani giapponesi vengono messi a morte quando rifiutano di fare apostasia. C’è solo la totale immedesimazione dei loro supplizi con la passione di Cristo, ucciso anche lui «come un malfattore». Così, grazie al genio artistico di Scorsese e di Shusaku Endo, girando alla larga dalla smemoratezza e dagli equivoci sparsi dagli odierni apparati «persecuzionisti» in azione in tutte le comunità cristiane, il martirio cristiano viene riconosciuto e raccontato nei suoi tratti propri. I martiri, nella loro partecipazione alla morte e resurrezione di Cristo, applicano la salvezza di Cristo agli uomini della loro generazione. E la Chiesa non ha mai «protestato» per i martiri: nella loro «memoria», la liturgia ha sempre celebrato il martirio di Cristo che continua per la salvezza del mondo.

A tradire i due padri gesuiti e a farli catturare dai persecutori è Kichijiro, il cristiano pusillanime che più di una volta, nel corso dell’opera, fa apostasia, per poi chiedere ogni volta perdono dei tradimenti e delle ricadute. Kichijiro dichiara la propria inadeguatezza a vivere i tempi in cui per non rinnegare la fede occorre essere pronti al martirio. Per giustificarsi, afferma che in tempi «normali» anche lui sarebbe stato un bravo cristiano come gli altri, senza doversi rimproverare nulla. E padre Rodrigues non respinge mai le sue richieste di essere assolto in confessione e ricevere il perdono sacramentale, persino quando lui stesso si trova a vivere la condizione di prigioniero apostata, e non si sente più degno di esercitare il sacerdozio. Così, attraverso il suo film, Scorsese aiuta a riconoscere che la natura umana, resa debole dal Peccato originale, rimane debole. Che può tradire e continuare a tradire. Che anche il coraggio è un dono che non si può pretendere o presupporre. Si può solo raccontare con gratitudine, quando lo si vede accadere. E padre Rodrigues continua tutta la vita ad amministrare i sacramenti anche a Kichijiro, perchè ha speranza nell’efficacia della grazia che essi veicolano. Così confessa, con tutta la storia della Chiesa, che i sacramenti non sono il premio per chi se li merita, ma un tesoro da mettere nelle mani di chi non ne è degno, come ha fatto Gesù.

Sotto il supplizio fisico e psicologico della persecuzione, Silence diventa anche una storia di cadute, di rovina e fallimenti, di sospetti e disincanto. Gli inquisitori e aguzzini giapponesi (tra i quali primeggia il perfido Inoue, che in precedenza si era anche fatto cristiano «per migliorare la sua posizione») credono di poter tagliare alla radice la fioritura cristiana avvenuta in quelle isole, se riescono a far apostatare i missionari. Portano padre Rodrigues dall’apostata Ferreira, affinché questi induca anche il confratello gesuita sulla via dell’apostasia. E gli argomenti usati dall’ex maestro con l’ex discepolo, oltre a teorizzare l’impermeabilità del Giappone al cristianesimo, fanno fuori ogni pretesa di concepire l’evangelizzazione come prestazione propria, frutto della propria coerenza e fedeltà, in cui compiacere se stessi e il proprio progetto «missionario». Gli aguzzini gli chiedono di calpestare la fumie, la tavoletta di legno che raffigura Gesù, per salvare con quel gesto di formale e pubblica apostasia cinque dei suoi amici cristiani messi al supplizio del pozzo (quello in cui i condannati venivano infilati a testa in giù in dei pozzetti, con delle piccole ferite aperte dietro l’orecchio, da dove il sangue colava goccia a goccia, per una lunga e terribile agonia). Mentre nel libro di Shusaku Endo le parole di Ferreira lo rimproverano di non apostatare solo per amor proprio, per non diventare «uno di quelli che sono considerati la feccia della Chiesa» e per garantirsi la propria salvezza individuale, a prezzo della vita di cinque poveretti, evidentemente considerati «inferiori».

Rodrigues tocca con mano le sue impotenze. Anche la sua baldanza di giovane missionario generoso, pronto a dare la vita per Cristo, si sgretola. Ma proprio il suo cedere, proprio il gesto sacrilego che certifica pubblicamente la sua apostasia, diviene per lui il momento del più intimo incontro con Cristo, l’occasione più inattesa per pregustare come opera la Sua salvezza. Perché è il volto di Cristo stesso, dalla tavoletta messa davanti a lui per fargliela calpestare, che lo invita a fidarsi, a non avere paura, e gli promette di prendere su di sé il tutto il dolore del missionario fallito («Calpesta! Calpesta! Più di chiunque io so quanto pieno di dolore sia il tuo piede. Calpesta! Per essere calpestato dagli uomini io sono venuto in questo mondo. Per condividere il dolore degli uomini io ho portato la croce»).

Quando Rodrigues appoggia il suo piede e tutto il suo essere sull’immagine del Figlio di Dio, proprio quel gesto sacrilego diventa in realtà una ineguagliabile confessione di fede.

Dopo l’apostasia, il prete Paolo Rodrigues vivrà fino alla fine dei suoi giorni in una specie di prigione dorata, con una moglie e un nome giapponesi imposti a lui dai suoi aguzzini. Dettagli disseminati da Scorsese nella parte finale del film fanno intravedere che il suo cuore di apostata non sarà mai abbandonato dall’amore di Cristo, fino alla fine.

«Per me» ha dichiarato Martin Scorsese nell’intervista rilasciata a padre Antonio Spadaro e pubblicata su La Civiltà Cattolica «tutto si riduce alla questione della grazia. La grazia avviene nel corso della vita. Viene quando non te l’aspetti». Il film Silence ha i connotati di un dono inatteso, proprio nella sua vertiginosa intuizione dei tratti sorgivi dell’esperienza cristiana. Una vertigine rispetto alla quale risultano patetiche e grottesche le polemichette clericali che provano a sfruttare pure il film di Scorsese per scodellare risentiti rimbrotti sull’eclissi dello «spirito missionario» della Chiesa, insinuando una sua connessione con i ripetuti richiami di Papa Francesco a riconoscere che la Chiesa «non cresce per proselitismo, ma per attrazione». Il grande film di Scorsese è un dono inatteso anche perché lascia intravedere proprio la reale sorgente che ha sempre alimentato l’autentico dinamismo missionario nella Chiesa. Come scriveva anche Joseph Ratzinger, quando al Concilio Vaticano II partecipava da perito teologo alla riscrittura del testo conciliare De missionibus, la missione per la Chiesa «non è una battaglia per catturare gli altri e prenderli nel proprio gruppo». Essa non può essere immaginata come una conquista di anime operata dalla Chiesa per forza propria, al posto e per conto di Cristo. La missione di annunciare la salvezza di Cristo – spiegava il futuro Benedetto XVI – può solo sgorgare come riflesso della attrattiva della grazia. E proprio e solo per questo non si tratta di un’attività «opzionale»: perché una Chiesa chiusa nella sua auto-sufficienza, o preoccupata di promuovere e incrementare se stessa, invece di annunciare il Vangelo, non sarebbe la Chiesa di Cristo.

Tags: