La “rivolta popolare” contro lo spettacolo gender

Cultura e Società - 23 gennaio 2017

imageZENIT – Due schieramenti contrapposti sono sorti intorno allo spettacolo Fa’Afafine – Mi chiamo Alex e sono un dinosauro, in tour presso le scuole della penisola. Da un lato una fetta del mondo della critica artistica, ovattata nella sua autoreferenzialità, abbacinata dai premi ricevuti da questo spettacolo. Dall’altro lato le famiglie, i genitori, pronti ad alzare barricate per difendere il loro diritto alla priorità educativa e il diritto dei loro figli ad essere rispettati nella delicatezza dell’infanzia.

Il polverone mediatico si è alzato grazie al Comitato promotore dei recenti Family Day. Il quale ha rilevato che tale spettacolo, incoraggiato dal Ministero dell’Istruzione nell’ambito di una campagna contro l’omofobia, è una vera e propria apologia dell’ideologia gender.

Il protagonista di questa opera dal titolo impronunciabile (Fa’Afafine è una parola della lingua samoana che indica il “terzo sesso”) è Alex, un bambino che ha deciso di essere maschio nei giorni pari e femmina in quelli dispari. Chiuso in un contesto onirico rappresentante la sua stanzetta, Alex lascia fuori dalla porta i genitori, incapaci di comprenderlo e illusi di poterlo cambiare.

Al di là del sipario, tuttavia, i genitori reali hanno deciso di non rimanere fuori dalla porta. Generazione Famiglia ha lanciato una petizione sul sito CitizenGo per chiedere al ministro dell’Istruzione – la tanto contestata Valeria Fedeli, già autrice di un ddl per introdurre il gender a scuola – di “impedire che le scuole aderiscano a uno spettacolo così chiaramente ostile al sano sviluppo psicoaffettivo dei nostri figli e dei nostri nipoti”.

La campagna è stato un vero e proprio detonatore. In soli cinque giorni ha raccolto decine di migliaia di firme, ad oggi è a quota 80mila e il numero cresce di minuto in minuto. È facile supporre che tra non molti giorni si raggiungeranno le 100mila firme necessarie per poter presentare la richiesta al ministro.

A ragione Filippo Savarese, portavoce di Generazione Famiglia, parla di una “rivolta popolare”. Non solo attraverso la petizione, la voce del popolo italiano si sta facendo sentire anche su altri campi.

In campo scientifico, ad esempio: vari esperti hanno preso parte al dibattito per rilevare l’inopportunità di proporre a bambini e adolescenti dagli 8 ai 16 anni uno spettacolo che – per dirla come il pedagogista intervistato da ZENIT Furio Pesci – “non contribuisce al raggiungimento” di una “armonia e maturazione interiore” degli alunni.

Perplessità che hanno trovato eco finanche lungo i corridoi delle istituzioni. L’assessore all’Istruzione della Regione Veneto, Elena Donazzan, ha guidato un’insorgenza dei genitori per evitare che il 7 e l’8 marzo prossimi lo spettacolo vada in scena a Vicenza e a Mira (VE). “Anche a seguito delle segnalazioni che sto ricevendo da parte di genitori e nonni preoccupati – afferma l’assessore – ho scritto al ministro dell’Istruzione per chiedere che venga impedita la diffusione di questa iniziativa, distorsiva per l’educazione dei giovani, che rischia di rivelarsi una vera e propria violenza psicologica nel periodo di particolare fragilità e confusione dei nostri ragazzi”.

Una nota di Cristina Cappellini e Valentina Aprea, rispettivamente assessore alle Culture e all’Istruzione della Regione Lombardia, chiede alle scuole della Regione “di non aderire ad iniziative” che “mirano ad inculcare nelle menti dei bambini l’idea che la propria sessualità sia fluida, che l’utero in affitto sia un diritto e non un abominio e che ogni rapporto affettivo possa essere definito famiglia”. Fa eco ai due assessori Nicola Molteni, deputato della Lega Nord, il quale chiede al ministro “quali iniziative intenda adottare” per impedire questo spettacolo che esalta agli occhi degli alunni l’ideologia gender, sottolineando che il teatro è luogo di “arte e cultura e non di propaganda politica o di indottrinamento pseudo scientifico”.

Quest’ultima affermazione sembra esser stata recepita dal CineTeatro Don Bosco di Potenza, dove il 10 marzo si sarebbe dovuto tenere lo spettacolo Fa’Afafine, ma la tappa è stata annullata – spiega Savarese – “grazie al clamoroso successo della petizione di Generazione Famiglia”.

Successo testimoniato anche dalle prese di posizione in Parlamento, nella fattispecie di Carlo Giovanardi e Eugenia Roccella (Idea), di Lucio Malan (Forza Italia), nonché dei blitz notturni delle militanti dell’associazione Evita Peron, che hanno affisso in varie città italiane striscioni polemici contro questo spettacolo con scritto “La favola del gender che non esiste”. Un chiaro riferimento a chi si ostina a negare l’esistenza di un’ideologia volta a scardinare il dato biologico dell’identità sessuale. Ideologia la cui diffusione sta provocando una “rivolta popolare”.

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