Miracolo a Scampia: va in scena la vita

Cultura e Società - 26 febbraio 2017

IMG_6723FAMIGLIA CRISTIANA – È una di quelle scommesse che non si sa se definire temerarie o profetiche: coinvolgere gli adolescenti, non con i videogiochi o gli smartphone, ma con il teatro. Più precisamente, con i testi dei classici del teatro. E non solo gli adolescenti più dotati e tranquilli che frequentano regolarmente una scuola, ma anche quelli che vivono nei quartieri più difficili, dove i valori sono rovesciati e la vita non vale così tanto: Scampia a Napoli, ad esempio.

Il progetto si chiama “non scuola” e lo hanno inventato Marco Martinelli, attore, drammaturgo e regista, e la moglie Ermanna Montanari, attrice e scenografa, fondatori nel 1983 del Teatro delle Albe di Ravenna. La “non scuola” compie 25 anni e Martinelli ha raccontato questa straordinaria avventura culturale e sociale in un libro che già nel titolo evoca quasi un ossimoro, una scommessa appunto: Aristofane a Scampia (Ponte alle Grazie).

«Tutto cominciò quando il Comune di Ravenna ci offrì la gestione del Teatro Rasi», ricorda Martinelli. «Accettammo con gioia, ma ci prese – noi che fino a quel momento eravamo un gruppo indipendente – un timore: di trasformarci in burocrati, di legarci a una sedia. Ci chiedemmo allora come rendere quel teatro un porto franco per la città, che i cittadini sentissero proprio. Entrammo così nelle scuole, scattò una scintilla e la “non scuola” nacque non tanto da una necessità pedagogica, bensì civile, politica».

Era il 1991 e in un quarto di secolo la “non scuola” è uscita dai confini di Ravenna arrivando in molte città italiane e anche straniere: finora è stata frequentata da 10 mila ragazzi.

Nonostante una così lunga esperienza, Aristofane a Scampia si apre con il prologo “Gli adolescenti non sono come li pensate”… «È una dolce provocazione», dice Martinelli che ha colto l’ironia della domanda, «rivolta ai nostri principali alleati: insegnanti e genitori. Per l’opinione comune questi ragazzi sono incatenati ai tablet e non ne vogliono sapere di nulla. Io invece ho incontrato adolescenti che non aspettano altro che essere presi sul serio da noi adulti, che non vogliono essere considerati vasi vuoti in cui riversare nozioni, ma essere guardati negli occhi perché si capisca la loro fame di vita e amore. Sono in un’età di mezzo, in cui possono assumere ogni maschera: ecco perché la loro età è così teatrale. Se sai intercettare questo stato d’animo, rivelano una generosità sorprendente e smisurata».

Questo “miracolo” è accaduto anche quando la “non scuola” è andata a Scampia, il quartiere reso immortale con crudo realismo dal libro e dal film Gomorra. «All’inizio è stata durissima, pensavo che avremmo fallito e invece ce l’abbiamo fatta, perché anche lì gli adolescenti sono splendidi. Nei primi mesi non riuscivamo a combinare nulla, fra chiacchiere, pacche sulle spalle, risse… A quel punto ricordavo che nessuno era obbligato a restare lì e che potevo andarmene. Allora mi trattenevano: “No, resta qui, Marco”. E finalmente abbiamo trovato il grimaldello giusto: i cori degli ultras del Napoli. Per mettere in scena la Grecia antica di Aristofane dovevamo partire dallo stadio: così il caos si è trasformato in università, ogni ragazzo in un sapiente. I ragazzi hanno capito che ciò che dovevano mettere in scena, attraverso i classici antichi, era la loro vita. L’energia dionisiaca che li contraddistingue diventò costruttiva, disciplinata persino».

Miracolo nel miracolo, la “non scuola” a Scampia aveva fatto collaborare le ragazze del liceo classico della centralissima piazza del Gesù con i ragazzi descritti da Saviano in Gomorra. Due universi in apparenza senza niente in comune. «Invece è accaduto qualcosa di bellissimo. Quando le ragazze hanno visto recitare i barbari di Scampia, un quartiere in cui non avevano mai messo piede, mi presero da parte per dirmi: “Marco, non ce la faremo mai a stare in scena come loro!”. Anche se sapevano leggere Aristofane in greco. “Imparate da loro cosa significa liberare l’energia del corpo”, gli risposi. Dall’altra parte, i ragazzi di Scampia osservavano queste studentesse stupiti: “Marco, come ti stanno ad ascoltare!”. Il muro era crollato, tutti potevano imparare dagli altri».

Per lo spettacolo finale, la “non scuola” riuscì – ennesimo miracolo – a far riaprire l’Auditorium, un gigante da tempo abbandonato nel cuore del quartiere. Ma non si trattò di un fuoco d’artificio, perché da quell’esperienza nacque Punta Corsara, una vera compagnia teatrale composta da ragazzi oggi 24enni e 25enni che allora ne avevano 14 o 15. «La migliore risposta ai dubbi terribili che ti assalgono quando pensi che il tuo lavoro sia inutile, gli stessi dubbi che tormentano chiunque si sforzi di costruire ponti: il seme di bellezza che abbiamo gettato non è morto, continua a fiorire».

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