S.Messa nella Notte di Natale, Francesco: “A Gesù che nasce come pane per la mia vita diciamogli semplicemente: grazie; grazie perché hai fatto tutto questo per me”

News - 24 dicembre 2016

graziePapa Bergoglio presiede la S.Messa nella Notte di Natale, trasmessa in mondovisione e nella incredibile cornice della Basilica di San Pietro, cuore della cristianità gremita di fedeli provenienti da ogni parte del mondo. Fuori, persone assiepate davanti ai maxi-schermi nonostante la paura di questi giorni e vegliati dalle forze dell’ordine. Nella processione introitale Papa Francesco si è diretto verso l’altare della Confessione, preceduto dai cardinali. Un cantore ha intonato il canto della “Kalenda”, il tradizionale canto gregoriano che annuncia il Natale, il trionfo della Luce, la venuta del Salvatore: Cristo è il centro della Storia. Bambini in abiti tradizionali provenienti da diversi paesi del mondo, hanno portato delle ciotole di fiori che sono state disposte intorno all’immagine di Gesù Bambino.
Dopo il canto gregoriano, alle 21,33 in punto, Papa Francesco ha svelato l’immagine del Bambinello mentre le campane di San Pietro sono state sciolte in segno di giubilo. Intanto al momento del “Gloria”, un gendarme ed un vigile del fuoco del Vaticano si sono recati in Piazza San Pietro per porre l’immagine del Bambino Gesù nella mangiatoia del Presepe, offerto quest’anno da Malta.
“Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia” il Vangelo di Luca risuona potente nella sua proclamazione latina.

E’ come un appello; al nostro cuore, alla nostra coscienza assopita: l’omelia di Papa Francesco risuona a tratti più sommessa come quando sottolinea la tenerezza e la misericordia di Dio fattosi bambino, a tratti imperiosa come quando ricorda i bambini che nel mondo “non sono adagiati in una culla e accarezzati dall’affetto di una madre e di un padre, ma giacciono nelle squallide “mangiatoie di dignità”. Ci chiede di lasciarci interpellare “dai bambini che non vengono lasciati nascere, da quelli che piangono perché nessuno sazia la loro fame, da quelli che non tengono in mano giocattoli, ma armi.” Un Natale ci chiede Francesco che ci riporti all’essenziale, ai piedi di un Dio che ci salva facendosi bambino:

“È apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini”

Le parole dell’apostolo Paolo rivelano il mistero di questa notte santa: è apparsa la grazia di Dio, il suo regalo gratuito; nel Bambino che ci è donato si fa concreto l’amore di Dio per noi.
È una notte di gloria, quella gloria proclamata dagli angeli a Betlemme e anche da noi oggi in tutto il mondo. È una notte di gioia, perché da oggi e per sempre Dio, l’Eterno, l’Infinito, è Dio con noi: non è lontano, non dobbiamo cercarlo nelle orbite celesti o in qualche mistica idea; è vicino, si è fatto uomo e non si staccherà mai dalla nostra umanità, che ha fatto sua. È una notte di luce: quella luce, profetizzata da Isaia, che avrebbe illuminato chi cammina in terra tenebrosa, è apparsa e ha avvolto i pastori di Betlemme.
I pastori scoprono semplicemente che «un bambino è nato per noi» e comprendono che tutta questa gloria, tutta questa gioia, tutta questa luce si concentrano in un punto solo, in quel segno che l’angelo ha loro indicato: «Troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». Questo è il segno di sempre per trovare Gesù. Non solo allora, ma anche oggi. Se vogliamo festeggiare il vero Natale, contempliamo questo segno: la semplicità fragile di un piccolo neonato, la mitezza del suo essere adagiato, il tenero affetto delle fasce che lo avvolgono. Lì sta Dio.
Con questo segno il Vangelo ci svela un paradosso: parla dell’imperatore, del governatore, dei grandi di quel tempo, ma Dio non si fa presente lì; non appare nella sala nobile di un palazzo regale, ma nella povertà di una stalla; non nei fasti dell’apparenza, ma nella semplicità della vita; non nel potere, ma in una piccolezza che sorprende. E per incontrarlo bisogna andare lì, dove Egli sta: occorre chinarsi, abbassarsi, farsi piccoli. Il Bambino che nasce ci interpella: ci chiama a lasciare le illusioni dell’effimero per andare all’essenziale, a rinunciare alle nostre insaziabili pretese, ad abbandonare l’insoddisfazione perenne e la tristezza per qualche cosa che sempre ci mancherà. Ci farà bene lasciare queste cose per ritrovare nella semplicità di Dio-bambino la pace, la gioia, il senso della vita.
Lasciamoci interpellare dal Bambino nella mangiatoia, ma lasciamoci interpellare anche dai bambini che, oggi, non sono adagiati in una culla e accarezzati dall’affetto di una madre e di un padre, ma giacciono nelle squallide “mangiatoie di dignità”: nel rifugio sotterraneo per scampare ai bombardamenti, sul marciapiede di una grande città, sul fondo di un barcone sovraccarico di migranti. Lasciamoci interpellare dai bambini che non vengono lasciati nascere, da quelli che piangono perché nessuno sazia la loro fame, da quelli che non tengono in mano giocattoli, ma armi.
Il mistero del Natale, che è luce e gioia, interpella e scuote, perché è nello stesso tempo un mistero di speranza e di tristezza. Porta con sé un sapore di tristezza, in quanto l’amore non è accolto, la vita viene scartata. Così accadde a Giuseppe e Maria, che trovarono le porte chiuse e posero Gesù in una mangiatoia, «perché per loro non c’era posto nell’alloggio». Gesù nacque rifiutato da alcuni e nell’indifferenza dei più. Anche oggi ci può essere la stessa indifferenza, quando Natale diventa una festa dove i protagonisti siamo noi, anziché Lui; quando le luci del commercio gettano nell’ombra la luce di Dio; quando ci affanniamo per i regali e restiamo insensibili a chi è emarginato. Questa mondanità ha preso in ostaggio il Natale. Bisogna liberarlo!
Ma il Natale ha soprattutto un sapore di speranza perché, nonostante le nostre tenebre, la luce di Dio risplende. La sua luce gentile non fa paura; Dio, innamorato di noi, ci attira con la sua tenerezza, nascendo povero e fragile in mezzo a noi, come uno di noi. Nasce a Betlemme, che significa “casa del pane”. Sembra così volerci dire che nasce come pane per noi; viene alla vita per darci la sua vita; viene nel nostro mondo per portarci il suo amore. Non viene a divorare e a comandare, ma a nutrire e servire. Così c’è un filo diretto che collega la mangiatoia e la croce, dove Gesù sarà pane spezzato: è il filo diretto dell’amore che si dona e ci salva, che dà luce alla nostra vita, pace ai nostri cuori.
L’hanno capito, in quella notte, i pastori, che erano tra gli emarginati di allora. Ma nessuno è emarginato agli occhi di Dio e proprio loro furono gli invitati di Natale. Chi era sicuro di sé, autosufficiente, stava a casa tra le sue cose; i pastori invece «andarono, senza indugio». Anche noi lasciamoci interpellare e convocare stanotte da Gesù, andiamo a Lui con fiducia, a partire da quello in cui ci sentiamo emarginati, a partire dai nostri limiti. A partire dai nostri peccati. Lasciamoci toccare dalla tenerezza che salva. Avviciniamoci a Dio che si fa vicino, fermiamoci a guardare il presepe, immaginiamo la nascita di Gesù: la luce e la pace, la somma povertà e il rifiuto. Entriamo nel vero Natale con i pastori, portiamo a Gesù quello che siamo, le nostre emarginazioni, le nostre ferite non guarite, i nostri peccati.. Così, in Gesù, assaporeremo lo spirito vero del Natale: la bellezza di essere amati da Dio. Con Maria e Giuseppe stiamo davanti alla mangiatoia, a Gesù che nasce come pane per la mia vita. Contemplando il suo amore umile e infinito, diciamogli semplicemente: grazie; grazie, perché hai fatto tutto questo per me.”

Bellissima al termine della S. Messa l’immagine del Papa, preceduto dai bambini, che con Gesù Bambino tra le braccia ha attraversato la navata della Basilica di San Pietro per deporlo nel Presepe mentre “Tu scendi dalle Stelle”, dal manoscritto originale dell’autore Sant’Alfonso Maria de’ Liguori commuove nella sua melodia.
Dio si disarma in un neonato. L’Onnipotente in un neonato. Dio venuto a portare non tanto il perdono, ma molto di più; venuto a portare se stesso, luce nel buio, fiamma nel freddo, amore dentro il disamore. Venuto a portare il cromosoma divino nel respiro di ogni uomo e di ogni donna. La vita stessa di Dio in ognuno di noi. Sintesi ultima del Natale. Vertigine.
E sulla terra pace agli uomini: ci può essere pace, anzi ci sarà di sicuro. I violenti la distruggono, ma la pace tornerà, come una primavera che non si lascia sgomentare dagli inverni della storia. Agli uomini che egli ama: tutti, così come siamo, per quello che siamo, buoni e meno buoni, amati per sempre; a uno a uno.

Poveri, ultimi, anonimi, dimenticati, me che scrivo, tu che leggi.  Dio ricomincia da loro. Ricomincia da noi. Lasciamoci interpellare.

Luisa Loredana Vercillo

Tags: