Papa: vocazioni, saper raccontare la bellezza di essere innamorati di Dio

News - 5 gennaio 2017

imageRADIO VATICANA – Bisogna riportare dentro le comunità cristiane una nuova “cultura vocazionale”, sapendo raccontare la bellezza dell’essere innamorati di Dio. E’ l’appello del Papa nel discorso consegnato ai circa 800 partecipanti al Convegno promosso dall’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni della Conferenza episcopale italiana. Francesco li ha ricevuti in udienza stamani in Aula Paolo VI, al termine del loro incontro di tre giorni sul tema: “Alzati, va’ e non temere”. Il servizio di Debora Donnini:

Francesco chiede una nuova cultura vocazionale, “capace di leggere con coraggio la realtà così com’è con le fatiche e le resistenza”, riconoscendo i segni di bellezza del cuore umano. Lo sguardo del Papa è rivolto all’Assemblea sinodale del 2018 che avrà al centro proprio il tema: “Giovani, fede e discernimento vocazionale”. La priorità della pastorale vocazionale deve quindi essere non l’efficienza ma l’attenzione “al discernimento”: si mettano in luce, esorta, le potenzialità più dei limiti.
Privilegiare la via dell’ascolto
In sostanza, dunque, il messaggio del Papa invita coloro che sono impegnati nella missione di accompagnamento vocazionale ad avere passione nel prendersi cura di vite che sono “come scrigni” con un tesoro prezioso all’interno e nello stesso ad avere gratuità con “grande rispetto”, cercando la felicità di quanti sono loro affidati. Francesco fa proprie le parole di Benedetto XVI sul profondo smarrimento che vive la gioventù di oggi. E quindi per essere credibili occorre “privilegiare la via dell’ascolto”, saper “perdere tempo” nell’accogliere domande e desideri dei giovani.
Essere una missione permanente
La testimonianza riesce a persuadere se si sa raccontare la bellezza dell’essere innamorati di Dio. Non bisogna essere disorientati dalle sollecitazioni esteriori, ma ravvivare la freschezza del “primo amore”. In una parola, sentire non semplicemente di avere una missione ma ripetere a se stessi: “Io sono una missione”, cioè “essere missione permanente”. Questo richiede audacia e fantasia, voglia di andare oltre, facendo memoria delle molte storie di vocazione. Il Signore stesso infatti invita i chiamati a non avere paura di uscire da sé per essere un dono per gli altri, andare oltre le paure che paralizzano il desiderio di bene, con l’infinita pazienza di ricominciare. Una pastorale dunque dagli “orizzonti ampi” e “dal respiro di comunione” per essere come “sentinelle” capaci di cogliere le striature di un’alba nuova senza temere le “inevitabili lentezze e resistenze del cuore umano”.

Tags: