Il dolore del Papa per l’attentato dell’Is a Kabul: almeno 90 morti

News - 31 maggio 2017

RADIO VATICANA – Il Papa ha espresso profondo dolore per la strage compiuta stamani in Afghanistan che ha causato almeno 90 morti e quasi 400 feriti. “Apprendo con tristezza dell’attacco ripugnante a Kabul e dei tanti morti e feriti gravi”, scrive Francesco in un telegramma a firma del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, indirizzato alla sede diplomatica afghana in Italia. Il Pontefice lo definisce “brutale atto di violenza”, affida le anime dei defunti alla misericordia di Dio e assicura la sua preghiera perché la pace torni per il popolo afghano.

L’attentato è stato rivendicato dal sedicente Stato Islamico. Un camion bomba è saltato in aria nel quartiere delle ambasciate. Colpita un’area non lontano dal palazzo presidenziale e dalla sede della Nato. Tra i feriti si contano anche alcuni dipendenti della sede diplomatica tedesca. Danni all’ambasciata francese. Sull’episodio, che fa ripiombare l’Afghanistan, in un clima di grave emergenza, Giancarlo La Vella ha intervistato Alberto Lo Presti, presidente di Pangea Onlus, ong che opera in Afghanistan con vari progetti di sviluppo:

R. – Ci sono più fronti aperti, in questo momento, in un Paese che rimane il crocevia degli interessi internazionali, centro di qualsiasi tipo di strategia non solo militare ma anche economica: in questo periodo, infatti, si raccoglie l’oppio e i mercati locali discutono il prezzo e chi sarà il rivenditore sul palinsesto mondiale. In questo momento si sta discutendo in Europa e in America l’invio di nuove truppe in Afghanistan per riuscire ancora a controllare l’ombelico del mondo, per cui i giochi si combattono attraverso atti di terrorismo che per un verso possono essere rivendicati dai talebani che vogliono entrare a far parte di questo governo, ma non sono stati ancora invitati dagli americani; dall’altra parte da un Isis che ha interessi di carattere differente, cioè creare disordine affinché l’Europa non si decida a inviare le truppe richieste da Trump.
D. – Questa situazione rischia di mettere in crisi la vostra attività?
R. – Pangea non viene messa in crisi da una bomba: ne abbiamo avute tante … ogni giorno ci sono autobombe nei quartieri di Kabul che uccidono un numero inferiore di gente, due-tre persone. Abbiamo anche – peraltro – presentato un’interpellanza parlamentare la settimana scorsa, proprio per far ragionare i nostri governanti su questo tema: quanto costa l’invio di un solo militare in Afghanistan, sotto il pretesto di portare la pace, e quali risultati sono stati raggiunti con l’invio di questo militare? Il progetto di Pangea costa 10 centesimi al giorno per far mangiare un bambino, costa 100 euro per un microcredito a una donna, e il mangiare e il microcredito, la scolarizzazione, la salute, la formazione al lavoro e tutto quello che facciamo costano niente e portano pace.
D. – La popolazione civile afghana, che è quella con cui voi siete in contatto, come sta vivendo questa situazione in cui si vede all’orizzonte questa possibilità di uscire fuori da una lunghissima crisi e invece poi ci sono episodi come questi che fanno ripiombare il Paese nel dramma?
R. – Purtroppo, la popolazione civile, dopo oltre 35 anni di conflitto, si è un po’ abituata a tutto questo. Io ero in Afghanistan fino a un mese fa, e la cosa che mi ha davvero aperto il cuore è che ci sono giovani generazioni di afghani, che arrivano da tutta Europa, che decidono di tornare a vivere a Kabul o in altre città. Ecco, questo è il germe che può portare la pace, cioè la consapevolezza anche afghana – non solo nostra – che questa guerra non appartiene a loro, che questa guerra uccide persone che non c’entrano niente con gli interessi mondiali, e questo germe mi fa ben sperare per il futuro.

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