S.Messa nella Notte di Natale, Francesco: “Natale è tempo per trasformare la forza della paura in forza della carità. Non abbiate paura di prendere Gesù tra le braccia, fatevi carico della speranza”

News - 24 dicembre 2017

La luce fa irruzione nelle tenebre della notte. Il canto o l’annuncio in latino della Kalenda si innalza nella Basilica di San Pietro: “Natale di nostro Signore Gesù Cristo secondo la natura umana.”E’ nato! Cristo entra nella Storia: “Dio si è avvicinato. È in mezzo a noi. E l’Uomo. È nato a Betlemme. Giace nella mangiatoia perché non c’era per lui posto nell’albergo. Il suo nome: Gesù! La sua missione: Cristo!” scriveva San Giovanni Paolo II nel messaggio Urbi et Orbi del Natale 1978.

Inizia così, con l’annuncio liturgico del Natale del Signore, la S. Messa della Notte presieduta da Papa Francesco nella Basilica di San Pietro. Il testo non è altro che uno splendido riassunto dell’attesa universale del giorno ormai giunto, del compimento del tempo dell’Avvento. Bambini provenienti da diversi paesi del mondo, hanno deposto i fiori intorno all’immagine di Gesù Bambino. Papa Francesco svela l’immagine del Bambinello: Natale 2017.

 “Sopravvivere agli Erodi di turno”, l’omelia di Papa Francesco è una denuncia; al centro della stessa, Gesù che dà a tutti noi il “documento di cittadinanza”, Colui per il quale “il vero potere e l’autentica libertà sono quelli che onorano e soccorrono la fragilità del più debole.” E poi sottolinea la gioia di questa Notte Santa che è per tutti, soprattutto i più deboli.

Il Papa ricorda innanzitutto il tragitto scomodo di una giovane coppia che stava per avere un bambino: “si trovavano costretti a lasciare la loro terra. Nel cuore erano pieni di speranza e di futuro a causa del bambino che stava per venire; i loro passi invece erano carichi delle incertezze e dei pericoli propri di chi deve lasciare la sua casa. E poi si trovarono ad affrontare la cosa forse più difficile: arrivare a Betlemme e sperimentare che era una terra che non li aspettava, una terra dove per loro non c’era posto.”
E proprio lì, in quella realtà che era una sfida, Maria ci ha regalato l’Emmanuele: “ Il Figlio di Dio dovette nascere in una stalla perché i suoi non avevano spazio per Lui. «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» E lì… in mezzo all’oscurità di una città che non ha spazio né posto per il forestiero che viene da lontano, in mezzo all’oscurità di una città in pieno movimento e che in questo caso sembrerebbe volersi costruire voltando le spalle agli altri, proprio lì si accende la scintilla rivoluzionaria della tenerezza di Dio. A Betlemme si è creata una piccola apertura per quelli che hanno perso la terra, la patria, i sogni; persino per quelli che hanno ceduto all’asfissia prodotta da una vita rinchiusa.”
Nei passi di Giuseppe e Maria si nascondono tanti passi: “Vediamo le orme di intere famiglie che oggi si vedono obbligate a partire. Vediamo le orme di milioni di persone che non scelgono di andarsene ma che sono obbligate a separarsi dai loro cari, sono espulsi dalla loro terra. In molti casi questa partenza è carica di speranza, carica di futuro; in molti altri, questa partenza ha un nome solo: sopravvivenza. Sopravvivere agli Erode di turno che per imporre il loro potere e accrescere le loro ricchezze non hanno alcun problema a versare sangue innocente.
Gesù viene a dare a tutti il “documento di cittadinanza”: “Maria e Giuseppe, per i quali non c’era posto, sono i primi ad abbracciare Colui che viene a dare a tutti noi il documento di cittadinanza. Colui che nella sua povertà e piccolezza denuncia e manifesta che il vero potere e l’autentica libertà sono quelli che onorano e soccorrono la fragilità del più debole.
In quella notte, Colui che non aveva un posto per nascere viene annunciato a quelli che non avevano posto alle tavole e nelle vie della città: “I pastori sono i primi destinatari di questa Buona Notizia. Per il loro lavoro, erano uomini e donne che dovevano vivere ai margini della società. Le loro condizioni di vita, i luoghi in cui erano obbligati a stare, impedivano loro di osservare tutte le prescrizioni rituali di purificazione religiosa e, perciò, erano considerati impuri. La loro pelle, i loro vestiti, l’odore, il modo di parlare, l’origine li tradiva.” Tutto in loro generava diffidenza, dice ancora Francesco, ed è ovvio il riferimento ai nostri tempi: “Uomini e donne da cui bisognava stare lontani, avere timore; li si considerava pagani tra i credenti, peccatori tra i giusti, stranieri tra i cittadini. A loro, pagani, peccatori e stranieri l’angelo dice: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”.
Nelle tenebre irrompe la gioia, che siamo chiamati a celebrare ed annunciare: “La gioia con cui Dio, nella sua infinita misericordia, ha abbracciato noi pagani, peccatori e stranieri, e ci spinge a fare lo stesso”.
Natale è tempo per trasformare la forza della paura in forza della carità, in forza per una nuova immaginazione della carità: “La fede di questa notte ci porta a riconoscere Dio presente in tutte le situazioni in cui lo crediamo assente. Egli sta nel visitatore indiscreto, tante volte irriconoscibile, che cammina per le nostre città, nei nostri quartieri, viaggiando sui nostri autobus, bussando alle nostre porte: “E questa stessa fede ci spinge a dare spazio a una nuova immaginazione sociale, a non avere paura di sperimentare nuove forme di relazione in cui nessuno debba sentire che in questa terra non ha un posto. Natale è tempo per trasformare la forza della paura in forza della carità, in forza per una nuova immaginazione della carità.”

Francesco chiede che la carità del cristiano non si abitui all’ingiustizia ma che abbia “il coraggio, in mezzo a tensioni e conflitti, di farsi “casa del pane”, terra di ospitalità. Ce lo ricordava San Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo”.
Prendiamo in braccio Gesù: “Nel Bambino di Betlemme, continua, Dio ci viene incontro per renderci protagonisti della vita che ci circonda. Si offre perché lo prendiamo tra le braccia, perché lo solleviamo e lo abbracciamo. Perché in Lui non abbiamo paura di prendere tra le braccia, sollevare e abbracciare l’assetato, il forestiero, l’ignudo, il malato, il carcerato. In questo Bambino, Dio ci invita a farci carico della speranza. Ci invita a farci sentinelle per molti che hanno ceduto sotto il peso della desolazione che nasce dal trovare tante porte chiuse. In questo Bambino, Dio ci rende protagonisti della sua ospitalità.”

Ed infine un’accorata preghiera al Bambino: “Commossi dalla gioia del dono, piccolo Bambino di Betlemme, ti chiediamo che il tuo pianto ci svegli dalla nostra indifferenza, apra i nostri occhi davanti a chi soffre. La tua tenerezza risvegli la nostra sensibilità e ci faccia sentire invitati a riconoscerti in tutti coloro che arrivano nelle nostre città, nelle nostre storie, nelle nostre vite. La tua tenerezza rivoluzionaria ci persuada a sentirci invitati a farci carico della speranza e della tenerezza della nostra gente.

Bellissima al termine della S. Messa l’immagine del Papa, preceduto dai bambini, che con Gesù Bambino tra le braccia ha attraversato la navata della Basilica di San Pietro per deporlo nel Presepe. Le note dell’Adeste Fideles si alzano potenti e gioiose. “Tu scendi dalle stelle” commuove l’assemblea mentre accompagna il momento della deposizione dell’ immagine di Gesù Bambino, nel Presepe.

Prendiamo in braccio il Bambino. Prendiamo Gesù: luce nel buio, fiamma nel freddo, amore dentro il disamore. Per dare speranza agli uomini che egli ama, ad ognuno di noi, ad ogni nostro fratello.

Poveri, ultimi, anonimi, dimenticati. Dio ricomincia da loro. Ricomincia da noi. Prendiamolo tra le braccia.

Luisa Loredana Vercillo

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