Il Papa all’Ilva di Genova: lavoro è priorità umana

RADIO VATICANA – Prima tappa della visita del Papa a Genova è stato l’incontro con il mondo del lavoro all’Stabilimento dell’Ilva.

Il Papa è stato accolto in modo caloroso dai lavoratori che gli hanno posto alcune domande. Francesco ha esordito dicendosi commosso di essere a Genova per la prima volta “e essere così vicino al porto” dove suo padre è partito come migrante. “Oggi – ha detto rispondendo ad un imprenditore – il lavoro è un rischio. E’ un mondo dove il lavoro non si considera con la dignità che ha e che dà”. Il Papa fa una premessa: “Il mondo del lavoro è una priorità umana. E pertanto, è una priorità cristiana, una priorità nostra; e anche una priorità del Papa, perché è quel primo comando che Dio ha dato ad Adamo: “Va, fa crescere la terra, lavora la terra, dominala”.

Il Papa ha proseguito: “C’è sempre stata un’amicizia tra la Chiesa e il lavoro, a partire da Gesù lavoratore. Dove c’è un lavoratore, lì c’è l’interesse e lo sguardo d’amore del Signore e della Chiesa. Penso che sia chiaro, no?”.

Ha quindi parlato delle virtù dell’imprenditore: “La creatività, l’amore per la propria impresa, la passione e l’orgoglio per l’opera delle mani e dell’intelligenza sua e dei lavoratori. L’imprenditore è una figura fondamentale di ogni buona economia: non c’è buona economia senza buon imprenditore. Non c’è buona economia senza buon imprenditore”, senza la sua “capacità di creare, creare lavoro, creare prodotti”.

“Importante – ha sottolineato – è riconoscere le virtù dei lavoratori e delle lavoratrici. Il loro bisogno – di lavoratori e delle lavoratrici – è il bisogno di fare il lavoro bene perché il lavoro va fatto bene. A volte si pensa che un lavoratore lavori bene solo perché è pagato: questa è una grave disistima dei lavoratori e del lavoro, perché nega la dignità del lavoro che inizia proprio nel lavorare bene per dignità, per onore”.

“Il vero imprenditore – ha affermato il Papa – conosce i suoi lavoratori, perché lavora accanto a loro, lavora con loro. Non dimentichiamo che l’imprenditore dev’essere prima di tutto un lavoratore. Se lui non ha questa esperienza della dignità del lavoro, non sarà un buon imprenditore. Condivide le fatiche dei lavoratori e condivide le gioie del lavoro, di risolvere insieme problemi, di creare qualcosa insieme”.

Francesco ha quindi aggiunto: “Se e quando deve licenziare qualcuno è sempre una scelta dolorosa e non lo farebbe, se potesse. Nessun buon imprenditore ama licenziare la sua gente. No. Chi pensa di risolvere il problema della sua impresa licenziando la gente, non è un buon imprenditore: è un commerciante. Oggi vende la sua gente, domani … vende la dignità propria. Si soffre sempre, e qualche volta da questa sofferenza nascono nuove idee per evitare il licenziamento. Questo è il buon imprenditore”.

Quindi ricorda, quando, circa un anno fa, dopo la Messa a Santa Marta gli si è avvicinato un uomo che piangeva, dicendo: “Sono venuto a chiedere una grazia: io sono al limite e devo fare una dichiarazione di fallimento. Questo significherebbe licenziare una sessantina – sessantina! – di lavoratori, e non voglio, perché sento che licenzio me stesso!”. E quell’uomo piangeva. Quello è un bravo imprenditore. Lottava e pregava per la sua gente, perché era sua”.

“Una malattia dell’economia – ha detto ancora – è la progressiva trasformazione degli imprenditori in speculatori. L’imprenditore non va assolutamente confuso con lo speculatore: sono due tipo diversi. L’imprenditore non deve confondersi con lo speculatore: lo speculatore è una figura simile a quella che Gesù nel Vangelo chiama ‘mercenario’, per contrapporlo al Buon Pastore. Lo speculatore non ama la sua azienda, non ama i lavoratori, ma vede azienda e lavoratori solo come mezzi per fare profitto. Usa, usa azienda e lavoratori per fare profitto. Licenziare, chiudere, spostare l’azienda non gli creano alcun problema, perché lo speculatore usa, strumentalizza, mangia persona e mezzi per i suoi obiettivi di profitto”.

“Quando l’economia è abitata invece da buoni imprenditori, le imprese sono amiche della gente e anche dei poveri. Quando passa nelle mani degli speculatori, tutto si rovina. Con lo speculatore, l’economia perde volto e perde i volti. E’ un’economia senza volti. Un’economia astratta. Dietro le decisioni dello speculatore non ci sono persone e quindi non si vedono le persone da licenziare e da tagliare. Quando l’economia perde contatto con i volti delle persone concrete, essa stessa diventa un’economia senza volto e quindi un’economia spietata. Bisogna temere gli speculatori, non gli imprenditori. No, non temere gli imprenditori perché ce ne sono tanti bravi! No: temere gli speculatori”.

“Ma paradossalmente, qualche volte il sistema politico sembra incoraggiare chi specula sul lavoro e non chi investe e crede nel lavoro. Perché? Perché crea burocrazia e controlli, partendo dall’ipotesi che gli attori dell’economia siano speculatori, e così chi non lo è rimane svantaggiato e chi lo è riesce a trovare i mezzi per eludere i controlli e raggiungere i suoi obiettivi. Si sa che regolamenti e leggi pensati per i disonesti finiscono per penalizzare gli onesti. E oggi ci sono tanti veri imprenditori, imprenditori onesti che amano i loro lavoratori, che amano l’impresa, che lavorano accanto a loro per portare avanti l’impresa: e questi sono i più svantaggiati da queste politiche che favoriscono gli speculatori. Ma gli imprenditori onesti e virtuosi vanno avanti, alla fine, nonostante tutto”.

Il Papa cita una frase di Luigi Einaudi, economista e presidente della Repubblica italiana, che scriveva: “Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. E’ la vocazione naturale che li spinge, non soltanto la sete di guadagno. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie e investono tutti i loro capitali per ritirare spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente ottenere con gli altri impegni”.

Quindi, un invito: “State attenti voi, imprenditori, e anche voi, lavoratori: state attenti con gli speculatori. E anche con le regole e con le leggi che alla fine favoriscono gli speculatori e non i veri imprenditori. E alla fine lasciano la gente senza lavoro”.

Una sindacalista parla al Papa di “riscatto sociale” e Francesco risponde parlando di “ricatto sociale”. Ricorda la vicenda di una giovane italiana che conosceva le lingue e cercava lavoro, ma le proponevano 10-11 ore al giorno per 800 euro al mese. Lei ha detto subito sì, perché aveva bisogno di lavoro, ma ha aggiunto: “800 euro soltanto per 11 ore?”. “E il signore – ha aggiunto il Papa – lo speculatore, non era imprenditore, l’impiegato dello speculatore – le ha detto: ‘Signorina, guardi dietro di sé, la coda: se non le piace, se ne vada’. Questo è non riscatto: ricatto”. “Un’altra persona – ricorda – mi ha raccontato che ha lavoro, ma da settembre a giugno: viene licenziata a giugno, e ripresa a ottobre, settembre. E così si gioca. Il lavoro in nero!”.

Il Papa ha proseguito: “Ho accolto la proposta di fare questo incontro oggi, in un luogo di lavoro e di lavoratori, perché anche questi sono luoghi nostri, del popolo di Dio. I dialoghi nei luoghi del lavoro non sono meno importanti dei dialoghi che facciamo dentro le parrocchie o nelle solenni sale convegni, perché i luoghi della Chiesa sono i luoghi della vita e quindi anche le piazze e le fabbriche. Perché qualcuno può dire: ‘Ma questo prete, che cosa viene a dirci? Che vada in parrocchia!’. No: il mondo del lavoro è il mondo del popolo di Dio: siamo tutti Chiesa, tutti popolo di Dio. Molti degli incontri tra Dio e gli uomini, di cui ci parlano la Bibbia e i Vangeli, sono avvenuti mentre le persone lavoravano: Mosé sente la voce di Dio che lo chiama e gli si rivela il suo nome mentre pascolava il gregge del suocero; i primi discepoli di Gesù erano pescatori e vengono chiamati da Lui mentre lavoravano in riva al lago”.

“La mancanza di lavoro – ha aggiunto – è molto più del venire meno di una sorgente di reddito per poter vivere. Il lavoro è anche questo, ma è molto, molto di più. Lavorando noi diventiamo più persona, la nostra umanità fiorisce, i giovani diventano adulti soltanto lavorando. La Dottrina sociale della Chiesa ha sempre visto il lavoro umano come partecipazione alla creazione che continua ogni giorno, anche grazie alle mani, alla mente e al cuore dei lavoratori. Sulla terra ci sono poche gioie più grandi di quelle che si sperimentano lavorando, come ci sono pochi dolori più grandi dei dolori del lavoro, quando il lavoro sfrutta, schiaccia, umilia, uccide. Il lavoro può fare molto male perché può fare molto bene. Il lavoro è amico dell’uomo e l’uomo è amico del lavoro, e per questo non è facile riconoscerlo come nemico, perché si presenta come una persona di casa, anche quando ci colpisce e ci ferisce. Gli uomini e le donne si nutrono del lavoro: con il lavoro sono unti da dignità. Per questa ragione, attorno al lavoro si edifica l’intero Patto sociale. Questo è il nocciolo del problema! Perché quando non si lavora, si lavora male, si lavora poco o si lavora troppo, è la democrazia che entra in crisi, è tutto il Patto sociale! E’ anche questo il senso dell’articolo 1 della Costituzione italiana, che è molto bello: ‘L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro’”.

“Possiamo dire che togliere il lavoro alla gente o sfruttare la gente con lavoro indegno o malpagato o come sia – ha affermato – è anticostituzionale … Se non fosse fondata sul lavoro, la Repubblica italiana non sarebbe una democrazia, perché il posto di lavoro lo occupano e lo hanno sempre occupato privilegi, caste, rendite. Bisogna allora guardare senza paura, ma con responsabilità, alle trasformazioni tecnologiche dell’economia e della vita e non rassegnarsi all’ideologia che sta prendendo piede ovunque, che immagina un mondo dove solo metà o forse due terzi dei lavoratori lavoreranno, e gli altri saranno mantenuti da un assegno sociale”.

“Dev’essere chiaro che l’obiettivo vero da raggiungere non è il ‘reddito per tutti’, ma il ‘lavoro per tutti’. Perché senza lavoro, senza lavoro per tutti non ci sarà dignità per tutti. Il lavoro di oggi e di domani sarà diverso, forse molto diverso: ma, pensiamo alla rivoluzione industriale, c’è stato un cambio; qui ci sarà anche una rivoluzione, sarà diverso dal lavoro di ieri, ma dovrà essere lavoro, non pensione, non pensionati: lavoro. Si va in pensione all’età giusta, è un atto di giustizia; ma è contro la dignità delle persone mandarle in pensione a 35 o 40 anni, dare un assegno dello Stato e arrangiati. ‘Ma ho per mangiare?’ – ‘Sì’ – “Ho per mandare avanti la mia famiglia, con questo assegno?” – “Sì” – “Ho dignità?” – “No!”. Perché? Perché non ho lavoro! Il lavoro di oggi sarà diverso. Senza lavoro, si può sopravvivere; ma per vivere, occorre il lavoro. La scelta è fra il sopravvivere e il vivere. E ci vuole il lavoro per tutti: per i giovani … voi sapete la percentuale di giovani dai 25 anni in giù, disoccupati, che ci sono in Italia? Io non lo dirò: cercate le statistiche. E questo è un’ipoteca sul futuro. Perché questi giovani crescono senza dignità, perché non sono unti dal lavoro che è quello che dà la dignità. Ma il nocciolo della domanda è questo: un assegno statale, mensile che ti faccia portare avanti una famiglia non risolve il problema. Il problema va risolto con il lavoro per tutti”.

Rispondendo ad un lavoratore, il Papa afferma che “i valori del lavoro stanno cambiando molto velocemente, e molti di questi nuovi lavori della grande impresa e della grande finanza non sono valori in linea con la dimensione umana, e pertanto con l’umanesimo cristiano. L’accento sulla competizione all’interno dell’impresa, oltre ad essere un errore antropologico e cristiano, è anche un errore economico perché dimentica che l’impresa è prima di tutto cooperazione, mutua assistenza, reciprocità. Quando un’impresa crea scientificamente un sistema di incentivi individuali che mettono i lavoratori in competizione fra loro, magari nel breve periodo può ottenere qualche vantaggio, ma finisce presto per minare quel tessuto di fiducia che è l’anima di ogni organizzazione. E così, quando arriva una crisi, l’azienda si sfilaccia e implode, perché non c’è più nessuna corda che la tiene. Bisogna dire con forza che questa cultura competitiva tra i lavoratori dentro l’impresa è un errore, e quindi una visione che va cambiata se vogliamo il bene dell’impresa, dei lavoratori e dell’economia. Un altro valore che in realtà è un disvalore è la tanto osannata “meritocrazia”. La meritocrazia affascina molto perché usa una parola bella: il “merito”; ma siccome la strumentalizza e la usa in modo ideologico, la snatura e perverte. La meritocrazia, al di là della buona fede dei tanti che la invocano, sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza. Il nuovo capitalismo tramite la meritocrazia dà una veste morale alla diseguaglianza, perché interpreta i talenti delle persone non come un dono: il talento non è un dono secondo questa interpretazione: è un merito, determinando un sistema di vantaggi e svantaggi cumulativi. Così, se due bambini alla nascita nascono diversi per talenti o opportunità sociali ed economiche, il mondo economico leggerà i diversi talenti come merito: li remunererà diversamente. E così, quando quei due bambini andranno in pensione, la diseguaglianza tra di loro si sarà moltiplicata. Una seconda conseguenza della cosiddetta “meritocrazia” è il cambiamento della cultura della povertà. Il povero è considerato un demeritevole e quindi un colpevole. E se la povertà è colpa del povero, i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa. Questa è la vecchia logica degli amici di Giobbe, che volevano convincerlo che fosse colpevole della sua sventura. Ma questa non è la logica del Vangelo, non è la logica della vita: la meritocrazia nel Vangelo la troviamo invece nella figura del fratello maggiore nella Parabola del Figliol Prodigo. Lui disprezza il fratello minore e pensa che deve rimanere un fallito perché se lo è meritato; invece il padre pensa che nessun figlio si merita le ghiande dei porci.

Il Papa risponde poi ad una disoccupata. “Chi perde il lavoro e non riesce a trovare un altro buon lavoro – dice – sente che perde la dignità, come perde la dignità chi è costretto per necessità ad accettare lavori cattivi e sbagliati. Non tutti i lavori sono buoni: ci sono ancora troppi lavori cattivi e senza dignità, nel traffico illegale di armi, nella pornografia, nei giochi di azzardo e in tutte quelle imprese che non rispettano i diritti dei lavoratori o della natura; come è cattivo di chi è pagato molto perché non abbia orari, limiti, confini tra lavoro e vita perché il lavoro diventi tutta la vita. Un paradosso della nostra società è la copresenza di una crescente quota di persone che vorrebbero lavorare e non riescono, e altri che lavorano troppo, che vorrebbero lavorare di meno ma non ci riescono perché sono stati comprati dalle imprese. Il lavoro, invece, diventa fratello-lavoro quando accanto ad esso c’è il tempo del non-lavoro, il tempo della festa. Gli schiavi non hanno tempo libero: senza il tempo della festa, il lavoro torna lavoro schiavistico, anche se superpagato; e per poter fare la festa dobbiamo lavorare. Nelle famiglie dove ci sono disoccupati, non è mai veramente domenica e le feste diventano a volte giorni di tristezza perché manca il lavoro del lunedì. Per celebrare la festa, è necessario poter celebrare il lavoro. L’uno scandisce il tempo e il ritmo dell’altra. Vanno insieme”.

Francesco condivide anche che “il consumo è un idolo del nostro tempo: il consumo è un idolo del nostro tempo. E’ il consumo il centro della nostra società, e quindi il piacere che il consumo promette. Grandi negozi, aperti 24 ore ogni giorno, tutti i giorni, nuovi templi che promettono la salvezza, la vita eterna; culti di puro consumo e quindi di puro piacere. E’ anche questa la radice della crisi del lavoro nella nostra società: il lavoro è fatica, sudore. La Bibbia lo sapeva molto bene e ce lo ricorda. Ma una società edonista, che vede e vuole solo il consumo, non capisce il valore della fatica e del sudore e quindi non capisce il lavoro. Tutte le idolatrie sono esperienze di puro consumo: gli idoli non lavorano. Il lavoro è travaglio: sono doglie per poter generare poi gioia per quello che si è generato insieme. Senza ritrovare una cultura che stima la fatica e il sudore – una cultura che stima la fatica e il sudore!: senza ritrovare questo, non ritroveremo un nuovo rapporto del lavoro e continueremo a sognare il consumo di puro piacere. Il lavoro è il centro di ogni patto sociale: non è un mezzo per poter consumare: no! E’ il centro di ogni patto sociale”.

“Tra il lavoro e il consumo ci sono tante cose, tutte importanti e belle, che si chiamano dignità, rispetto, onore, libertà, diritti, diritti di tutti – delle donne, dei bambini, delle bambine, degli anziani … Se svendiamo il lavoro al consumo, con il lavoro presto svenderemo anche tutte queste sue parole sorelle: dignità, rispetto, onore, libertà. Non dobbiamo permetterlo, e dobbiamo continuare a chiedere il lavoro, a generarlo, a stimarlo, ad amarlo. Anche a pregarlo: molte delle preghiere più belle dei nostri genitori e nonni erano preghiere del lavoro, imparate e recitate prima, dopo e durante il lavoro. Il lavoro è anche amico della preghiera; il lavoro è presente tutti i giorni nell’Eucaristia, i cui doni sono frutto della terra e del lavoro dell’uomo. Un mondo che non conosce più i valori e il valore del lavoro, non capisce più neanche l’Eucaristia, la preghiera vera e umile delle lavoratrici e dei lavoratori. I campi, il mare, le fabbriche sono sempre stati altari dai quali si sono alzate preghiere belle e pure, che Dio ha colto e raccolto. Preghiere dette e recitate da chi sapeva e voleva pregare ma anche preghiere dette con le mani, con il sudore, con la fatica del lavoro da chi non sapeva pregare con la bocca: Dio ha colto anche queste e continua ad accoglierle anche oggi”.

Il Papa termina con una preghiera antica, il “Vieni, Santo Spirito”, che “è anche una preghiera del lavoro e per il lavoro”. Infine dice: “E adesso, chiedo al Signore che benedica tutti voi, benedica tutti i lavoratori, gli imprenditori, i disoccupati. Ognuno di noi pensi agli imprenditori che fanno di tutto per dare lavoro; pensi ai disoccupati, pensi ai lavoratori e alle lavoratrici. E scenda questa benedizione su tutti noi e su di loro”.

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