Il dialogo del Papa nel Duomo di Milano

Papa Francesco a Milano - 25 marzo 2017

RADIO VATICANA – E’ stato un dialogo intenso e vivace l’incontro del Papa nel Duomo di Milano con i sacerdoti e i consacrati. Francesco ha risposto a tre domande. La prima gli è stata posta da un sacerdote che ha chiesto quali purificazioni e quali scelte prioritarie sono chiamati a compiere i preti di oggi per non perdere la gioia dell’evangelizzazione e non smarrire la gioia di essere popolo credente nel cuore della storia.
“Evangelizzare è una gioia” – ha risposto il Papa parlando a braccio e citando l’Evangelii nuntiandi del “grande Paolo VI”, che “è il più grande documento pastorale del dopo-Concilio che ancora oggi ha attualità” e “parlava di questa gioia: la gioia della Chiesa è evangelizzare. E noi dobbiamo chiedere la grazia” di non perdere “questa gioia di evangelizzare”. Dunque occorre chiedere la grazia di non essere “evangelizzatori tristi, noiosi: questo non va. Un evangelizzatore triste è uno che non è convinto che Gesù è gioia, che Gesù ti porta la gioia, e quando ti chiama ti cambia la vita e ti dà la gioia e ti invia in gioia: anche in croce, ma in gioia, per evangelizzare”.
Poi ha parlato delle sfide di oggi. “Ogni epoca storica, fin dai primi tempi del cristianesimo, è stata continuamente sottoposta a molteplici sfide. Sfide all’interno della comunità ecclesiale e nello stesso tempo nel rapporto con la società in cui la fede andava prendendo corpo. Ricordiamo l’episodio di Pietro nella casa di Cornelio a Cesarea (cfr At 10,24-35), o la controversia ad Antiochia e poi a Gerusalemme sulla necessità o meno di circoncidere i pagani (cfr At 15,1-6), e così via. Perciò non dobbiamo temere le sfide: questo, che sia chiaro. Non dobbiamo temere le sfide. Quante volte si sentono delle lamentele: ‘Ah, quest’epoca, in cui ci sono tante sfide, e siamo tristi …’. No! Non avere timore! Le sfide si devono prendere come il bue: per le corna, eh?”.
“Ed è bene – ha proseguito – che ci siano, le sfide. E’ bene, perché ci fanno crescere. Sono segno di una fede viva, di una comunità viva che cerca il suo Signore e tiene gli occhi e il cuore aperti. Dobbiamo piuttosto temere una fede senza sfide, una fede che si ritiene completa, tutta completa: non ho bisogno di altre cose; tutto fatto. Questa fede è tanto annacquata che non serve. Questo dobbiamo temere. E si ritiene completa come se tutto fosse stato detto e realizzato. Le sfide ci aiutano a far sì che la nostra fede non diventi ideologica. Ci sono i pericoli delle ideologie: ma sempre. Le ideologie crescono, germogliano e crescono quando uno crede di avere la fede completa, e viene la ideologia. Le sfide ci salvano da un pensiero chiuso e definito e ci aprono a una comprensione più ampia del dato rivelato. Come ha affermato la Costituzione dogmatica Dei Verbum: «La Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio» (8b). E in ciò le sfide ci aiutano ad aprirci al mistero rivelato”.
Il Papa ha poi parlato della società multiculturale, multireligiosa, multietnica: “Io credo che la Chiesa, nell’arco di tutta la sua storia, tante volte – senza che ne siamo consapevoli – ha molto da insegnarci e aiutarci per una cultura della diversità. Dobbiamo imparare. Lo Spirito Santo è il Maestro della diversità. Guardiamo le nostre diocesi, i nostri presbiteri, le nostre comunità. Guardiamo le congregazioni religiose. Tanti carismi, tanti modi di realizzare l’esperienza credente. La Chiesa è Una in un’esperienza multiforme. E’ Una, sì. Ma in un’esperienza multiforme. E’ questa la ricchezza della Chiesa. Pur essendo una è multiforme. Il Vangelo è uno nella sua quadruplice forma. Il Vangelo è uno, ma sono quattro e sono diversi, ma quella diversità è una ricchezza. Il Vangelo è uno in una quadruplice forma. Questo dà alle nostre comunità una ricchezza che manifesta l’azione dello Spirito. La Tradizione ecclesiale ha una grande esperienza di come “gestire” il molteplice all’interno della sua storia e della sua vita. Abbiamo visto e vediamo di tutto: abbiamo visto e vediamo molte ricchezze e molti orrori e errori. E qui abbiamo una buona chiave che ci aiuta a leggere il mondo contemporaneo. Senza condannarlo e senza santificarlo. Riconoscendo gli aspetti luminosi e gli aspetti oscuri. Come pure aiutandoci a discernere gli eccessi di uniformità o di relativismo: due tendenze che cercano di cancellare l’unità delle differenze, l’interdipendenza”.
“La Chiesa – ha detto proseguendo a braccio – è una nelle differenze: è una. E quelle differenze si uniscono in quella unità. Ma chi fa le differenze? Lo Spirito Santo è il Maestro delle differenze! E chi fa l’unità? Lo Spirito Santo: anche, Lui è il Maestro dell’unità. Quel grande artista, quel grande Maestro dell’unità nelle differenze è lo Spirito Santo. E questo dobbiamo capirlo bene. E poi ne parlerò più avanti, ma è nel discernimento: discernere quando è lo Spirito che fa le differenze e l’unità, e quando non è lo Spirito quello che fa una differenza e una divisione. Quante volte abbiamo confuso unità con uniformità? E non è lo stesso: non è lo stesso. O quante volte abbiamo confuso pluralità con pluralismo? E non è lo stesso. L’uniformità e il pluralismo non sono di buono spirito: non vengono dallo Spirito Santo. La pluralità e l’unità vengono dallo Spirito Santo. In entrambi i casi ciò che si cerca di fare è ridurre la tensione e cancellare il conflitto o l’ambivalenza a cui siamo sottoposti in quanto esseri umani. Cercare di eliminare uno dei poli della tensione è eliminare il modo in cui Dio ha voluto rivelarsi nell’umanità del suo Figlio. Tutto ciò che non assume il dramma umano può essere una teoria molto chiara e distinta ma non coerente con la Rivelazione e perciò ideologica. La fede per essere cristiana e non illusoria deve configurarsi all’interno dei processi: dei processi umani senza ridursi ad essi. E’ anche una bella tensione, questa. E’ il compito bello ed esigente che ci ha lasciato nostro Signore, il “già e non ancora” della Salvezza. E questo è molto importante: unità nelle differenze. Questa è una tensione, ma è una tensione che sempre ci fa crescere nella Chiesa”.
Papa Francesco ha poi affrontato un terzo punto. “C’è una scelta che come pastori non possiamo eludere: formare al discernimento”. “Come mi pare di aver capito dalla domanda, la diversità offre uno scenario molto insidioso. La cultura dell’abbondanza a cui siamo sottoposti offre un orizzonte di tante possibilità, presentandole tutte come valide e buone. I nostri giovani sono esposti a uno zapping continuo. Possono navigare su due o tre schermi aperti contemporaneamente, possono interagire nello stesso tempo in diversi scenari virtuali. Ci piaccia o no, è il mondo in cui sono inseriti ed è nostro dovere come pastori aiutarli ad attraversare questo mondo. Perciò ritengo che sia bene insegnare loro a discernere, perché abbiano gli strumenti e gli elementi che li aiutino a percorrere il cammino della vita senza che si estingua lo Spirito Santo che è in loro. In un mondo senza possibilità di scelta, o con meno possibilità, forse le cose sembrerebbero più chiare, non so. Ma oggi i nostri fedeli – e noi stessi – siamo esposti a questa realtà, e perciò sono convinto che come comunità ecclesiale dobbiamo incrementare l’habitus del discernimento: e questa è una sfida!”. “Via via che cresciamo, in mezzo a una moltitudine di voci dove apparentemente tutte hanno ragione, il discernimento di ciò che ci conduce alla Risurrezione, alla Vita e non a una cultura di morte, è cruciale. Per questo sottolineo tanto questa necessità. E’ uno strumento catechetico anche e poi per la vita, ma che nella catechesi, nella guida spirituale, nelle omelie dobbiamo insegnare al nostro popolo. Insegnare ai giovani, insegnare ai bambini, insegnare agli adulti: il discernimento” e “insegnare a chiedere la grazia del discernimento”.
La seconda domanda è di un diacono permanente: “Siamo uomini – ha detto – che vivono pienamente la propria vocazione, quella matrimoniale o quella celibataria ma vivono anche pienamente il mondo del lavoro e della professione”. “Qual è la nostra parte – chiede – perché possiamo aiutare a delineare quel volto di Chiesa che è umile, che è disinteressata, che è beata, quella che sentiamo che è nel suo cuore e di cui spesso ci parla?”.
“Voi diaconi – ha risposto il Papa – avete molto da dare, molto da dare. Pensiamo al valore del discernimento. All’interno del presbiterio, voi potete essere una voce autorevole per mostrare la tensione che c’è tra il dovere e il volere, le tensioni che si vivono all’interno della vita familiare – quindi, voi avete una suocera! per dire un esempio -, come pure le benedizioni che si vivono all’interno della vita familiare”.
“Ma dobbiamo stare attenti – ha osservato – a non vedere i diaconi come mezzi preti e mezzi laici. Questo è un pericolo. Alla fine non stanno né di qua né di là. No, questo non si deve fare, è un pericolo. Guardarli così ci fa male e fa male a loro. Questo modo di considerarli toglie forza al carisma proprio del diaconato, Su questo voglio tornare: il carisma proprio del diaconato, e questo carisma è nella vita della Chiesa. E nemmeno va bene l’immagine del diacono come una specie di intermediario tra i fedeli e i pastori”.
A braccio ha parlato di due tentazioni: “C’è il pericolo del clericalismo, il diacono che è troppo clericale. No, no questo non va. Io alcune volte vedo qualcuno quando assiste alla liturgia: quasi sembra di voler prendere il posto del prete. Il clericalismo, guardatevi dal clericalismo. E l’altra tentazione, il funzionalismo. E’ un aiuto che ha il prete per questo … Ma è un ragazzo per fare i compiti e non per altra cosa. No. Voi avete un carisma chiaro nella Chiesa e dovete costruirlo. Il diaconato è una vocazione specifica, una vocazione familiare che richiama il servizio”. Il servizio: “ Questa parola è la chiave per capire il vostro carisma. E il servizio come uno dei doni caratteristici del popolo di Dio. Il diacono è – per così dire – il custode del servizio nella Chiesa. Ma ogni parola deve essere ben misurata. Voi siete i custodi del servizio nella Chiesa: il servizio alla Parola, il servizio all’Altare, il servizio ai Poveri. E la vostra missione, la missione del diacono, il suo contributo consistono in questo: nel ricordare a tutti noi che la fede, nelle sue diverse espressioni – la liturgia comunitaria, la preghiera personale, le diverse forme di carità – e nei suoi vari stati di vita – laicale, clericale, familiare – possiede un’essenziale dimensione di servizio. Il servizio a Dio e ai fratelli. E quanta strada c’è da fare in questo senso! Voi siete i custodi del servizio nella Chiesa”.
Il Papa ha spiegato in sintesi: “non c’è servizio all’altare, non c’è liturgia che non si apra al servizio dei poveri, e non c’è servizio dei poveri che non conduca alla liturgia; non c’è vocazione ecclesiale che non sia familiare. Questo ci aiuta a rivalutare il diaconato come vocazione ecclesiale. Infine, oggi sembra che tutto debba “servirci”, come se tutto fosse finalizzato all’individuo: la preghiera “mi serve”, la comunità “mi serve”, la carità “mi serve”. Questo è un dato della nostra cultura. Voi siete il dono che lo Spirito ci fa per vedere che la strada giusta va al contrario: nella preghiera servo, nella comunità servo, con la solidarietà servo Dio e il prossimo. Anche che Dio vi dia la grazia di crescere in questo carisma di custodire il servizio nella Chiesa. Grazie per quello che fate”.
La terza domanda è di una religiosa delle Orsoline che ha chiesto come essere oggi, per l’uomo di oggi, testimoni di profezia, in una consapevolezza ravvivata della “minorità”.
“Mi piace la parola minorità – ha risposto il Papa – E’ vero che è il carisma dei francescani, Ma anche tutti noi dobbiamo essere minori: è un atteggiamento spirituale, la minorità, che è come il sigillo del cristiano. Mi piace che lei abbia usato quella parola. E incomincerò da quest’ultima parola: minorità, la minoranza. Normalmente – ma non dico che sia il Suo caso, eh? – è una parola che si accompagna a un sentimento: “Sembriamo tanti, ma tante anziane, siamo poche …” … e il sentimento che è sotto qual è? La rassegnazione. Cattivo sentimento. Senza accorgerci, ogni volta che pensiamo o constatiamo che siamo pochi, o in molti casi anziani, che sperimentiamo il peso, la fragilità più che lo splendore, il nostro spirito comincia ad essere corroso dalla rassegnazione. E la rassegnazione conduce poi all’accidia”.
“Credo – ha proseguito il Papa – che qui nasce la prima azione alla quale dobbiamo fare attenzione: pochi sì, in minoranza sì, anziani sì, rassegnati no! Sono fili molto sottili che si riconoscono solo davanti al Signore esaminando la nostra interiorità”. “Quando ci prende la rassegnazione, viviamo con l’immaginario di un passato glorioso che, lungi dal risvegliare il carisma iniziale, ci avvolge sempre più in una spirale di pesantezza esistenziale. Tutto si fa più pesante e difficile da sollevare”.
E a braccio ha aggiunto: “Incominciano a essere pesanti le strutture vuote adesso; non sappiamo come fare e ci viene di vendere le strutture per avere i soldi, i soldi per la vecchiaia … incominciano a essere pesanti i soldi che abbiamo in banca … e la povertà, dove va? Ma il Signore è buono, eh? Quando una congregazione religiosa non va per la strada del voto di povertà, al solito le invia un economo o un’economa brutta che fa crollare tutto, e questo è una grazia, eh? E questa è una grazia! [ride, applausi] Dicevo che si fa più pesante e difficile da sollevare, no? E la tentazione sempre è cercare le sicurezze umane, no?”.
“Perciò – ha proseguito – fa bene a tutti noi rivisitare le origini, fare un pellegrinaggio alle origini, una memoria che ci salva da qualunque immaginazione gloriosa ma irreale del passato. «Lo sguardo di fede è capace di riconoscere – dice la Evangelii gaudium – lo sguardo di fede è capace di riconoscere la luce che sempre lo Spirito Santo diffonde in mezzo all’oscurità, senza dimenticare che “dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Rm 5,20). La nostra fede è sfidata a intravedere il vino in cui l’acqua può essere trasformata, e a scoprire il grano che cresce in mezzo della zizzania» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 84)”.
“I nostri padri e madri fondatori – ha osservato – non pensarono mai ad essere una moltitudine, o una gran maggioranza. I nostri fondatori si sentirono mossi dallo Spirito Santo in un momento concreto della storia ad essere presenza gioiosa del Vangelo per i fratelli; a rinnovare ed edificare la Chiesa come lievito nella massa, come sale e luce del mondo”.
“Credo che uno dei motivi che ci frenano o ci tolgono la gioia sta in questo aspetto. Le nostre congregazioni non sono nate per essere la massa, ma un po’ di sale e un po’ di lievito, che avrebbe dato il proprio contributo perché la massa crescesse; perché il Popolo di Dio avesse quel “condimento” che gli mancava. Per molti anni abbiamo avuto la tentazione di credere, e in tanti siamo cresciuti con l’idea che le famiglie religiose dovessero occupare spazi più che avviare processi: e questa è una tentazione. Noi dobbiamo avviare processi, non occupare spazi. Io ho paura delle statistiche, eh?, perché ci ingannano, tante volte. Ci dicono la verità da una parte, ma dopo c’entra l’illusione e ci portano all’inganno. Occupare spazi più che avviare processi: eravamo tentati da questo perché pensavamo che siccome eravamo molti, il conflitto potesse prevalere sull’unità; che le idee (o la nostra impossibilità di cambiare) fossero più importanti della realtà; o che la parte (la nostra piccola parte o visione del mondo) fosse superiore al tutto ecclesiale (cfr ibid., 222-237). E’ una tentazione, no? Ma io mai ho visto un pizzaiolo che per fare la pizza prenda mezzo chilo di lievito e 100 grammi di farina: no. Oggi la realtà ci interpella, oggi la realtà ci invita ad essere nuovamente un po’ di lievito, un po’ di sale”.
Racconta quindi del congedo delle ultime due Sorelle di Gesù dell’Afghanistan, tra i musulmani: “Parlavano l’afghano. Volute da tutti: musulmani, da tutti, cattolici, cristiani, musulmani … Perché? Perché testimoni. Perché? Perché consacrate a Dio, Padre di tutti”. E ha parlato della Corea evangelizzata dai laici per due secoli perché non c’erano sacerdoti: “le strade del Signore sono come Lui vuole che siano. Ma ci farà bene fare un atto di fiducia: è Lui che conduce la Storia! E’ vero. Noi facciamo di tutto per crescere, per essere forti: ma non la rassegnazione. Avviare processi. Oggi la realtà ci interpella – ripeto – la realtà ci invita ad essere nuovamente un po’ di lievito, un po’ di sale. Potete pensare un pasto con molto sale? Nessuno lo mangerebbe”.
“Oggi – ha proseguito – la realtà – per molti fattori che non possiamo ora fermarci ad analizzare – ci chiama ad avviare processi più che occupare spazi, a lottare per l’unità più che attaccarci a conflitti passati, ad ascoltare la realtà, ad aprirci alla “massa”, al santo Popolo fedele di Dio, al tutto ecclesiale. Aprirci al tutto ecclesiale. Una minoranza benedetta, che è invitata nuovamente a lievitare, lievitare in sintonia con quanto lo Spirito Santo ha ispirato nel cuore dei vostri fondatori e nel cuore di voi stesse. Questo è quello che ci vuole oggi”.
Il Papa ha fatto cenno a un’ultima cosa: “Non oserei dirvi a quali periferie esistenziali deve dirigersi la missione, perché normalmente lo Spirito ha ispirato i carismi per le periferie, per andare nei luoghi, negli angoli solitamente abbandonati. Non credo che il Papa possa dirvi: occupatevi di questa o di quella. Ciò che il Papa può dirvi è questo: siete poche, siete pochi, siete quelli che siete, andate nelle periferie, andate ai confini a incontrarvi col Signore, a rinnovare la missione delle origini, alla Galilea del primo incontro: tornare alla Galilea del primo incontro. E questo ci farà bene a tutti, ci farà crescere, ci farà moltitudine”. E parlando della vicenda di Abramo, ha rilevato che “la logica di Dio non si capisce. Soltanto, si obbedisce. E quella è la strada che dovete andare”.
“Scegliete le periferie – è il suo invito – risvegliate processi, accendete la speranza spenta e fiaccata da una società che è diventata insensibile al dolore degli altri. Nella nostra fragilità come congregazioni possiamo farci più attenti a tante fragilità che ci circondano e trasformarle in spazio di benedizione”. “E non dimentichiamo che «quando si mette Gesù in mezzo al suo popolo, il popolo trova gioia. Sì, solo questo potrà restituirci la gioia e la speranza, solo questo ci salverà dal vivere in un atteggiamento di sopravvivenza: per favore, no. Questa è rassegnazione. Non sopravvivere: vivere. Solo questo renderà feconda la nostra vita e manterrà vivo il nostro cuore. Mettere Gesù là dove deve stare: in mezzo al suo popolo» (Omelia nella S. Messa della Presentazione del Signore, XXI G.M. della vita consacrata, 2 febbraio 2017). E questo è il vostro compito. Grazie, madre. Grazie”.

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