Mons. Viganò: grandissima accoglienza per il Papa in Egitto

Papa Francesco in Egitto - 30 aprile 2017

RADIO VATICANA – Il viaggio apostolico del Papa è stato un successo, il messaggio di pace che si voleva trasmettere all’Egitto e al mondo è arrivato, c’è stata una grandissima accoglienza in Egitto.

E’ un bilancio molto positivo quello che traccia mons. Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, che ha seguito da vicino Papa Francesco in questa nuova missione internazionale. Ascoltiamolo al microfono di Adriana Masotti:

R. – Il senso di questo viaggio è stato in qualche modo anticipato, alla sua vigilia, dal videomessaggio del Santo Padre al popolo egiziano e anche dall’intervista del segretario di Stato il cardinale Parolin. Il Papa è andato in Egitto come pellegrino di pace, cercando gli incontri possibili, gli abbracci, e soprattutto per individuare possibili strade perché le religioni possano essere protagoniste di alleanza e di pace. Quindi un viaggio che ha fatto dei passi importanti sia nei confronti di una responsabilità delle religioni, sia anche dal punto di vista del rapporto, penso, ad esempio, con i copti ortodossi e la Dichiarazione congiunta.

D. – A suo parere quali sono le parole del Papa che più hanno colpito gli egiziani?

R. – Sono molte. Penso, ad esempio, quando ha incontrato le autorità e il Papa ha detto: “La pace è dono di Dio ma anche lavoro dell’uomo”. E questo lo ha detto dopo aver ricordato i 70 anni dei rapporti tra la Santa Sede e l’Egitto. E lì ha ricordato anche come è importante riconoscere i passi fatti dall’Egitto, cioè i progetti nazionali per la pace. Alle autorità ha detto che l’Egitto è una realtà insostituibile per il Medio Oriente. Questo certamente è anche una responsabilità per il popolo egiziano. Penso poi soprattutto alle parole che Francesco ha rivolto al Papa copto ortodosso, quando ha parlato dell’ecumenismo del sangue. Poi, la Messa. La Messa è stata un momento molto importante, molti giovani, molte famiglie, ha parlato di morte, risurrezione e vita, ricordando i discepoli di Emmaus, dicendo loro: guardate che bisogna imparare a “spezzare l’indurimento dei nostri cuori per ricercare Gesù”. E ancora, ai religiosi quando il Papa anzitutto ha ricordato il vangelo di Luca dicendo: “Non temere piccolo gregge”, li ha ringraziati per la loro testimonianza, per il fatto di stare in quella terra. Ha detto loro di non avere paura del peso quotidiano. E soprattutto poi ha detto: attenzione, perché in queste situazioni a volte ci può essere una tentazione, che è quella di cercare di fuggire, di scappare dalla croce. Quindi un viaggio di grande intensità spirituale, di grande vicinanza umana e soprattutto di grande sostegno a quei passi possibili che possono essere realizzati in nome e a favore della pace.

D. – Al di là delle parole sappiamo l’importanza dei gesti: quali le immagini che secondo lei resteranno di questo viaggio?

R. – Sono moltissime! Se ne dovessi scegliere una, sceglierei un’immagine che a me ha colpito molto, un abbraccio. Noi lo sappiamo, il Papa molto spesso abbraccia, ma questo è stato un abbraccio particolare, col grande Imam ad Al Azhar. Lì c’è stato un discorso molto bello, molto importante, un discorso che è stato costruito su una polarità: ha parlato dell’Egitto come terra di civiltà e dell’ Egitto terra di alleanza. E il Papa ha detto: dobbiamo ricordarci che le alleanze si fanno, ma l’alleanza non può essere fatta solo tra di noi ma dobbiamo tenere in conto il Cielo, cioè la presenza di Dio. Dopo questo discorso c’è stato quello che per me è stato il gesto, l’immagine più profonda di questo viaggio, naturalmente non l’unica, l’abbraccio con il grande Imam. Perché è stato un abbraccio di una stretta forte, come se ci fosse quasi il desiderio di una reciproca consolazione e di gratitudine reciproca. Quello è stato un gesto molto forte, molto evidente. Credo che lì ci sia proprio il seme, il germoglio di un cammino di dialogo, certo di passi possibili, ovviamente, perché da un lato si possa creare l’idea di una civiltà che è costruita sul dialogo, sulla convivenza pacifica e dall’altro dove le religioni sono protagoniste per creare un tessuto di una società che viva in pace.

D. – Lei ha seguito da vicino il viaggio: per quello che ha potuto percepire, il Papa come ha vissuto questa sua missione in terra egiziana?

R. – Il Papa ha vissuto come pellegrino di pace e proprio col desiderio di fare emergere quegli elementi di profonda spiritualità e di grande vicinanza reciproca. E’ stato un viaggio vissuto quasi immerso nell’invocazione allo Spirito Santo perché tutto questo potesse portare l’avvio di un processo. E’ ovvio che quando ci sono questi viaggi ci sono molti segni positivi, immagini molto belle, molte parole condivise. Poi il cammino del quotidiano presenterà certamente una sua faticosità, un suo ostacolo, però un cammino è stato intrapreso. E’ stato un gesto forte, un evento significativo per il popolo egiziano, per il rapporto tra la Chiesa cattolica e la Chiesa copto- ortodossa, è stato anche un momento di sostegno per i cristiani che vivono come minoranza una situazione così complessa. Quindi il Papa ha vissuto molto intensamente e anche durante la conferenza stampa ha precisato come soprattutto gli incontri privati – che il Papa ha detto devono rimanere privati – siano quelli che probabilmente hanno avviato qualche piccolo passo, ma comunque molto importante e significativo per costruire l’Egitto ancora, nuovamente, culla di ospitalità così come fu più di 2000 anni fa quando ospitò la Sacra Famiglia.

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