Terremoto. La vita è questa. Lo choc e il dovere di ripartire

Riflessioni e Commenti - 19 gennaio 2017

AVVENIRE (Piero Chinellato) – Non basta ripeterti che gli epicentri sono sempre stati finora a decine di chilometri da te; che casa tua non ha subito danni, anche se dopo il 30 ottobre il tuo Comune è stato inserito nel “cratere”; che c’è un mare di persone le cui difficoltà non sono riconducibili a stati d’animo, ma si concretizzano in case devastate, attività in ginocchio, vite e rapporti lacerati… Quando avverti quel rombo sordo subito seguito dalla terra che vibra minacciosa, il cuore ti balza in gola e annaspi. Ti sembra che il terremoto si accanisca proprio contro di te, anche se razionalmente devi riconoscere che finora esteriormente nulla ha cambiato della tua vita.

Fuori niente, ma dentro c’è un tremito mai provato prima e che, anche dopo ore, non accenna a placarsi. Anche la tastiera attraverso la quale cerchi di trasmettere le tue emozioni sembra farsi estranea ai polpastrelli dominati da un’agitazione ribelle a ogni volontà. È impossibile sottrarsi al pensiero della minaccia incombente. E se, come ieri, mentre stavi spalando la neve scesa generosamente anche sui pendii appenninici delle Marche, tornano le scosse dopo settimane in cui finalmente sembrava che il terremoto si stesse acquietando, eccoti di nuovo a terra. Anzi, un po’ più in basso, perché non puoi più confidare in un “assestamento” che via via perda forza. Dopo il 24 agosto, c’è stato il 26 ottobre e poi il 30, e adesso siamo daccapo con quest’altra, raggelante raffica.

Ti costringi a contrastare il tremore imponendoti di pensare a chi ha sentito scuotere la terra letteralmente sotto i propri piedi e non da 70 chilometri come te. Però non basta. Non si può più vivere aspettando che passi, perché può non passare, o almeno può non essere questione di mesi come finora ti eri illuso. Devi allenare l’animo a sopportare una condizione di emergenza protratta, a considerarla come la tua nuova ordinarietà, anche se tutto l’essere si ribella. L’uomo non è fatto per vivere così, sale l’urlo dentro di te; eppure il terremoto ti ricorda che la dolcezza dei luoghi, come quelli coinvolti in questi mesi dai sismi, e anche la placidità del benessere non sono garantiti. Quando ci sono, devi riconoscerli come doni di cui essere grato; quando vengono meno, domata la ribellione che divampa dentro di te, devi attrezzarti per ripartire, perché la vita è questa.

Il primo passo, ti dici, è disboscare il tumulto dei sentimenti guadagnando la serenità alla tua portata. È un’impresa il cui risultato non è scontato e che costa grande fatica, ma ti rendi conto che non ti puoi sottrarre, pena precipitare in un’angoscia paralizzante. Poi devi sollevare lo sguardo oltre la tua situazione personale, guardando agli altri, aprendosi a loro. Il calore dell’amicizia aiuta a stemperare e a ridimensionare le preoccupazioni.

Anche l’attenzione da parte delle istituzioni, finora manifestata in misura indiscutibile, continuerà a essere importante. I mesi che abbiamo alle spalle hanno dimostrato che funzionano i piani sviluppati e attuati dialogando con le comunità e con le persone, mentre le iniziative calate dall’alto falliscono spesso il bersaglio. Questa attenzione dev’essere mantenuta e se possibile ancora innalzata da parte delle autorità a tutti i livelli. Le molte migliaia di persone allontanate dalla propria casa e anche dai propri paesi, di cui 10mila ancora assistite dalla Protezione civile (i due terzi nelle sole Marche), costituiscono un’emergenza che avrà bisogno di anni per essere riassorbita, e questo potrà avvenire solo a condizione che l’impegno non si attenui. Il nostro Paese ha contratto un debito d’onore con le popolazioni colpite; queste nuove, ennesime scosse, debbono ancor più cementare la solidarietà.

Ci sono borghi come Caldarola in cui, oltre al centro storico tutto “zona rossa”, è inagibile anche il cimitero. La speranza nei tanti anziani sfollati va alimentata pure garantendo loro che l’impegno proseguirà finché potranno tornare a pregare sulle tombe dei propri cari. Solo allora l’emergenza sarà davvero finita.

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