San Giovanni Bosco: esempio di educatore

Santi tra noi - 31 gennaio 2017

imageZENIT – La vita di ogni santo lascia una testimonianza ed un’eredità che attendono di essere raccolte e spese a servizio del bene comune. La vita di Giovanni Bosco è conosciuta da tutti. Quello che egli ci ha lasciato è una grande attenzione, l’immensa dedizione e la premurosa cura verso l’educazione dei giovani. Questa vocazione di Giovanni Bosco diventa occasione per riflettere sull’urgenza della missione educativa.

L’educazione preventiva è stata la grande intuizione di Giovanni Bosco, il quale comprese la necessità di prevenire con l’insegnamento e con la correzione, piuttosto che applicare forme punitive e restrittive. Del resto la parola educare contiene l’essenza dell’opera che viene richiesta. Il verbo educare assume una volenza positiva, ma contiene anche un valore di vigilanza e di correzione.

Educare significa aiutare a scoprire le potenzialità di bene e sviluppare le capacità umane e spirituali seminate da Dio nel cuore del giovane. Riconoscere le potenzialità dei propri figli è la prima missione educativa dei genitori, i quali ricevono da Dio la grazia di stato per discernere i loro talenti.

Un genitore che desidera educare è chiamato a non avere pregiudizi. Educare significa ascoltare rimanendo in silenzio ed avere l’umiltà di non essere affrettati nell’offrire soluzioni preconfezionate. Educare significa lasciare passare del tempo per far maturare la decisione nel cuore del giovane, rispondendo anche a distanza di tempo, lasciandosi guidare dallo Spirito su come dire o su cosa suggerire.

Educare significa contemplare la profondità dei gesti, guardare oltre le azioni istintive, percepire le richieste di aiuto che nascono dal silenzio o da una reazione inappropriata. Gli educatori compiono il loro ufficio quando sono rimproverati prima di essere ascoltati. Ascoltare le lamentele dei giovani è la prima forma di accoglienza, perché costituisce quell’apertura dalla quale iniziare il dialogo. Le reazioni di protesta sono una manifestazione di disagio che richiede attenzione e comprensione. I giovani cercano lo scontro, gli educatori vanno alla ricerca dell’incontro. I giovani vanno alla ricerca delle novità, gli educatori ricorrono alla saggezza della loro esperienza.

Educare significa lasciare emergere i giudizi, i vizi, le paure e le angosce che serpeggiano nell’animo di una persona. Per questo una forma alta di educazione è quella di correggere con dolcezza e decisione, con rispetto e fermezza. La correzione viene percepita se è accompagnata dalla coerenza di vita. Un padre non può rimproverare un figlio che passa troppo tempo sulla rete se poi egli rimane sino a sera collegato a navigare sui social network. Una madre non può rimproverare la figlia di non ascoltare il padre se contesta puntualmente ogni cosa che gli dice il marito. Un professore non può pretendere interesse per la sua lezione quando riduce l’insegnamento ad una esposizione confusionaria e disordinata. Un catechista non riesce a lasciar trasparire la sua fede in Cristo se non racconta la sua esperienza di incontro con il Risorto nella sua vita personale.

Educare è possibile quando si percorre un cammino di conversione personale e comunitario. Noi possiamo tirare fuori il bene dal cuore dell’altro solo se ci siamo lasciati condurre alla verità e alla bontà di Dio. Educare non significa rimanere rinchiusi dentro le proprie sicurezze ed i propri interessi. Educare presuppone lasciarsi condurre dentro ambiti distanti da noi, per raggiungere sempre nuovi spazi dove è possibile gettare la semente del Vangelo.

Il dinamismo dell’educazione presuppone umiltà, perché correggere non significa salire su una comoda cattedra da dove insegnare, ma vuol dire accompagnare il giovane nella tristezza del suo male per risalire con lui verso una prospettiva di bene. Lo scendere dell’educare non è un pietismo sterile, ma è un soffrire insieme per sostenere le inquietudini della sua vita e testimoniare la forza della compassione cristiana. Educare è decidere di fare un pezzo di strada insieme e non solo limitarsi a dispensare consigli.

Davanti ad una persona che soffre, noi possiamo parlargli solo se versiamo insieme a lui qualche lacrima. La parola delle lacrime del dolore condiviso è quel linguaggio diretto che viene compreso immediatamente, perché la sorgente delle parole non è la bocca, bensì un cuore ferito dal dolore che cerca un altro cuore con cui condividere la sofferenza.

Il parlare dell’educatore non deve essere come quello di un professore che tiene una lezione accademica presso un’aula universitaria. Le parole hanno un loro peso solo quando sono accompagnate da gesti concreti. Giovanni Bosco riusciva ad attrarre i giovani a Cristo non per i suoi discorsi ricchi di sapienza umana, ma perché le sue parole erano ricche della speranza cristiana, la quale indicava sempre una via di uscita attraverso un sostegno personale fatto di vicinanza e concretezza.

Giovanni Bosco ci ricorda come educare i giovani alla scelta della loro vocazione matura. I giovani che oggi formiamo saranno gli adulti di domani, chiamati a loro volta ad educare le nuove generazioni. L’educazione trasmessa è quella che si ha ricevuto. Giovanni Bosco ci ricorda che l’educazione cristiana non si limita ad un insegnamento catechistico concettuale, ma ad annunziare una parola di vita che nasce dal cuore e raggiunge il cuore del giovane.

Gli adolescenti hanno il desiderio di essere compresi da una presenza costante, piuttosto che essere riempiti di doveri da compiere o di impegni da assolvere. L’educazione preventiva di Giovanni Bosco è quella di passare dalla legge della lettera al comandamento dell’amore, fatto di sinceri legami con gli altri e ricolma di ascolto, di accoglienza e di solidarietà.

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