Sant’Agostino, un faro spirituale per milioni di credenti

Santi tra noi - 28 agosto 2017

FAMIGLIA CRISTIANA – Un Dottore della Chiesa, un Vescovo, un filosofo, ma prima di tutto un uomo, con le sue fragilità, le sue contraddizioni e la sua continua ricerca di un senso profondo del vivere. E’ sempre straordinariamente attuale la figura di Sant’Agostino (di cui la liturgia fa memoria il 28 agosto), un faro spirituale che ha orientato la vita di migliaia di credenti (e non solo) di tutte le epoche e le latitudini. Poche altre personalità dell’universo cristiano hanno lasciato nei secoli un’eredità paragonabile alla sua. «Ci hai creati per Te, Signore, e inquieto è il nostro cuore finché non trova riposo in Te». Questa celebre frase, contenuta nelle Confessioni, può in un certo senso esemplificare tutta la vita di questo santo, animata da un incessante anelito alla verità.

Agostino nacque a Tagaste (nell’attuale Algeria) nel 354. Suo padre, Patrizio, apparteneva a una famiglia pagana, mentre la madre Monica era fervente cristiana: la Chiesa cattolica la venera come santa. La figura materna ebbe un’importanza centrale nella formazione di Agostino: egli stesso nei suoi scritti afferma di aver bevuto il nome di Gesù con il latte e di essere stato inserito, fin da bambino, tra i catecumeni. Ma con l’adolescenza il suo animo insaziabile, irrequieto e un po’ ribelle lo portò su ben altre strade. Durante un lungo periodo di studio fra la sua città natale e Cartagine, divenne un cultore della filosofia e della retorica, sperimentando il piacere di primeggiare sugli altri grazie a una formidabile prontezza intellettiva, ai limiti della genialità. In quegli anni intraprese anche una condotta di vita sregolata, dedita ai piaceri del corpo.

I suoi studi lo portarono a conoscere il manicheismo, una corrente religiosa di derivazione persiana che predicava la presenza nel mondo di due opposti princìpi di bene e di male, entrambi divini. Il giovane ne fu stregato: divenne assiduo frequentatore della setta, prima a Cartagine, poi a Roma, dove si trasferì all’età di 29 anni. Col tempo però quell’iniziale infatuazione lasciò il posto al disincanto: la dottrina manichea non soddisfaceva la curiosità scientifica di Agostino, né tanto meno dava risposte agli interrogativi del suo animo, divenuti sempre più pressanti. Così, progressivamente, se ne discostò.

Nel 384 si stabilì a Milano e fu lì che avvenne la grande trasformazione, quella della vita: l’incontro con il vescovo sant’Ambrogio risvegliò in lui la fede cristiana per tanti anni sopita. E capì di aver finalmente incontrato ciò che il suo spirito cercava da sempre: da Ambrogio ricevette il battesimo. In quel periodo riallacciò i legami con la madre, inesauribile fonte di ricchezza interiore. Memorabili i colloqui, alcuni dei quali poi trascritti nelle Confessioni, che i due ebbero a Cassiciaco (presso Milano), poi a Ostia: furono momenti di profonda intensità e sintonia spirituale. Dopo la morte di Monica, avvenuta improvvisamente nel 387, Agostino ritornò in Africa, deciso a intraprendere una vita monastica. Venduti i suoi beni, fondò una piccola comunità, vivendo inizialmente nella nativa Tagaste, poi a Ippona.

Ma ancora una volta la sua vita prese un corso inaspettato. Fu infatti proclamato vescovo per acclamazione popolare (una prassi piuttosto frequente a quei tempi: la vox populi era tenuta in gran considerazione perché considerata voce di Dio). Così, benché non fosse stata la sua scelta, Agostino accettò, dimostrandosi un vescovo illuminato e divenendo punto di riferimento per le chiese africane. Trascorsi molti anni di assidua e instancabile cura delle anime, si ammalò gravemente e dopo alcuni mesi, mentre la sua terra era assediata dalle orde dei Vandali, si spense. Era il 430. La sua regola di vita è stata il modello per varie esperienze religiose, tra cui spicca l’Ordine degli Agostiniani, diffuso in tutto il mondo.

Il corpus degli scritti di questo dottore della Chiesa è molto vasto e articolato: spazia dalle opere filosofiche a quelle apologetiche in difesa del cristianesimo, come il De Civitate Dei (La città di Dio), dalle dogmatiche alle morali, dalle bibliche alle pastorali. Particolare impegno è stato poi profuso dal Vescovo di Ippona nella confutazione delle eresie, cui ha dedicato molti testi e gran parte della sua vita. C’è però un’opera che, più di tutte le altre, ha saputo imprimersi nella coscienza collettiva: si tratta delle Confessioni, scritte intorno al 400. In questo lavoro Agostino ripercorre la storia del suo lungo travaglio interiore e scandaglia a fondo la sua vita, con acutezza ma anche con uno stile schietto, senza timore di svelare errori, cadute e sviamenti giovanili. Il carattere autobiografico di questo testo lo rende accessibile a tutti e non solo ai teologi.

E ancora oggi Le Confessioni sono una bussola per tanti uomini e donne in ricerca. « Tardi ti ho amato, Bellezza così antica e tanto nuova, tardi ti ho amato – si legge tra le pagine del libro – Sì, perché tu eri dentro di me ed io fuori: lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle sembianze delle tue creature. Eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, respirai ed ora anelo verso di te; ti gustai ed ora ho fame e sete di te; mi toccasti, e arsi dal desiderio della tua pace».

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