Edith Stein e l’empatia

Santi tra noi - 9 agosto 2018

Santa TERESA BENEDETTA DELLA CROCE  (al secolo EDITH STEIN), è una grande santa tedesca, filosofa, patrona d’Europa,  riconosciuta come  donna  protagonista storica, culturale ed ecclesiale del novecento, coinvolta in pieno, nella sua stessa vita e morte, avvenuta nel campo di concentramento di Auschwitz, al susseguirsi della tragica storia del “secolo breve”.

Già durante gli anni universitari cominciò a dedicarsi a temi e attività che riguardavano l’emancipazione delle donne, entrando a far parte dell’organizzazione “Associazione Prussiana per il Diritto Femminile al Voto” e occupandosi anche del ruolo nella società della nascente figura della donna lavoratrice. Stein scrisse la sua tesi di laurea sull’empatia nel 1916, un’epoca in cui per le donne ( e per giunta per una donna ebrea!) era impresa ardua, se non impossibile, scalare le vette della carriera universitaria: non mi dilungherò a tracciare la seppur affascinante biografia di Edith , che invito tutti a leggere per gustarne, come in un’oasi dello spirito, la “ricerca della di verità” tanto a lei cara: è soltanto il tema dell’empatia che voglio richiamare. Edith Stein ha dato una definizione molto esauriente dell’empatia, descrivendola come “il sentire per gli altri rimanendo se stessi”: vivere nei sentimenti dell’altro per giungere ad un comune sentire, facendo propria la gioia, la sofferenza, la speranza di chi ci è accanto. Perché senza comunità, il fine ultimo dell’uomo, la sua realizzazione, non è raggiungibile. E oggi studi scientifici sostengono che le donne sono geneticamente più predisposte e capaci di empatia nei confronti degli altri esseri umani, rispetto agli uomini, e questo è in parte spiegabile in considerazione del ruolo materno affidato alle donne, che le spinge a prendersi cura dei loro piccoli e a prestare la massima attenzione ai loro segnali comunicativi, anche non verbali. L’empatia però deve essere vissuta anche dagli uomini: Stein dimostra, lavorando su questo tema, quale sia il suo interesse dominante: la persona umana all’interno del suo imprescindibile legame con la dimensione sociale, perché il problema che la sollecitava di più era chiarire la possibilità di comprensione tra le persone. “Quando prendiamo il nostro io come assoluto criterio, allora ci chiudiamo nella prigione della nostra particolarità: gli altri diventano degli enigmi per noi o, cosa ancora peggiore, li modelliamo secondo la nostra immagine e falsiamo la verità storica”. Stein riassume questa intuizione quando afferma che l’empatia è “rendersi conto” di ciò che accade all’altro, è “amore per l’altro” che rende possibile l’incontro “da persona a persona”.  E tutto questo non ha forse a che fare con il “farsi prossimo” evangelico, che prende forma nella varietà dei sentimenti di partecipazione e condivisione, ma anche nei comportamenti, nel concreto, nell’impegno di ciascuno per la giustizia e per la pace?

Penso che approfondire la conoscenza della figura singolare di Edith Stein possa regalarci luce per una migliore comprensione della vita come relazione empatica e amore tra le persone, e da ciò non potremo che essere tutti beneficati, per la costruzione di una vera “civiltà dell’amore”.

Anna Rotundo

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