Malato di Sla muore sedato: la polemica e il rispetto

Storie - 14 febbraio 2017

malatoAVVENIRE – «Mio marito era lucido, ha fatto la sua scelta, e noi gli siamo stati accanto». La signora Bettamin racconta gli ultimi momenti del marito Dino, 70 anni, macellaio di Montebelluna (Treviso) da cinque malato di Sla, che dopo l’ennesima crisi respiratoria e in quadro clinico di terminalità ha chiesto di poter essere sedato: troppa la sofferenza fisica e psichica, tanto da far dire agli operatori dell’istituzione privata che lo assisteva a domicilio – Casa con Cura – che si trattava di «una chiara richiesta di sedazione basata su un chiaro sintomo refrattario, dato da angoscia incoercibile anche con farmaci e trattamenti psicologici, nonostante tutta l’umanità e la professionalità con cui è stato assistito nelle varie fasi della patologia».

Dopo una prima sedazione palliativa, si è dunque proceduto ad altre somministrazioni, con il paziente che ha confermato il suo desiderio di morire nel sonno. E così è accaduto. Sin qui, è la cronaca di un episodio come tanti se ne verificano in reparti ospedalieri, case private e hospice. Si chiama sedazione terminale, o profonda, e viene praticata quando la situazione del paziente non lascia alcuna speranza: la morte è prossima, e ogni intervento medico rischia di aggravare l’evidente sofferenza fisiologica ed emotiva. Dunque si sospendono le terapie, ormai inutili se non deleterie, e si cessa anche la nutrizione assistita (come nel caso del settantenne veneto) ricorrendo alla sedazione che però non è la causa la morte, sopraggiunta per il decorso della malattia non più arginata. Tutto secondo la legge, l’umanità, la scienza medica e le volontà del paziente, quando sia chiaro che non si tratta di una richiesta di suicidio (il malato di Sla non ha mai chiesto che gli fosse staccato il ventilatore che gli consentiva di respirare). Dov’è allora la notizia? Qui inizia un’altra storia.

Dov’è la notizia?
La morte del signor Dino infatti è rimbalzata dalla stampa locale sulle agenzie nazionali con un titolo equivoco («Malato di Sla muore facendosi addormentare») e con l’apparato grafico che segnala una notizia urgente. Di qui alle posizioni di maggiore evidenza nei siti dei principali media il passo è stato breve («Ha chiesto di morire facendosi addormentare», «primo caso in Italia», in qualche caso con l’apparato fotografico di manifestazioni radicali pro-eutanasia). Nel frattempo comincia ad affiorare qualche voce medica che ridimensiona il caso. È sufficiente consultarsi con qualche neurologo o palliativista infatti per capire che la sedazione palliativa viene normalmente praticata quando il quadro clinico è quello di pesante sofferenza in un paziente terminale descritto dalla situazione di Dino Bettamin, la cui famiglia non a caso, travolta da un interesse mediatico non voluto e inatteso, ha chiesto rispetto per il suo lutto. La fine di un uomo alla fine di una lunga sofferenza non tollera alcun uso strumentale, anche solo evocato, per tentare di farne l’oggetto di una contesa polemica. Resta allora il significativo equivoco su una morte che si è fatto credere provocata da un intervento attivo dei medici, e non – com’è accaduto – per cause naturali, senza prolungare una vita ormai purtroppo giunta al termine, alleviando il dolore. Come se a Montebelluna fosse andato in scena un caso di eutanasia “clandestina”, la prima esecuzione di un testamento biologico con volontà del paziente di farla finita. Non è così, ed è appena il caso di ricordare che quando si tratta della vita e della morte di una persona è indispensabile muoversi con estrema cautela e rispetto prima di ingenerare idee fuorvianti.

Il caso Welby e la legge
Non è difficile peraltro identificare le differenze rispetto al caso Welby: allora infatti il paziente e militante radicale, che era malato di Sla ma non terminale, chiese di essere sedato ma per poter affrontare il distacco del ventilatore che l’avrebbe fatto morire soffocato e che fu praticato da Mario Riccio, medico e anch’egli attivo tra i radicali a favore dell’eutanasia, che oggi spiega come il caso di Montebelluna sia «perfettamente nei
paletti della legislazione italiana».
Certo, esattamente nelle stesse ore in cui la notizia dal Veneto cominciava a circolare su scala nazionale in Commissione Affari sociali della Camera era in corso una discussione serrata sul rapporto tra volontà del paziente e doveri del medico, regolamentato dal controverso comma 7 dell’articolo 1 del disegno di legge sul fine vita, atteso a giorni all’esame dell’aula. Ma forse è solo una coincidenza…

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