La rifugiata siriana che lavora da biologa nell’ospedale del Papa

Storie - 11 marzo 2017

IMG_2338VATICAN INSIDER – Quando è arrivata a Roma, lo scorso 16 aprile a bordo dell’aereo che ha riportato a casa il Papa dall’isola greca di Lesbo, Nour Essa, biologa, non parlava una parola di italiano. «Mio marito era stato chiamato per il servizio militare. Poteva andare in zone pericolose.

Non volevamo entrare in questa guerra, magari uccidi qualcuno o puoi essere ucciso, non eravamo né con il regime né con gli islamisti. Non avevamo altra scelta. Abbiamo deciso di scappare dalla Siria», spiega adesso in buon italiano questa giovane donna di 32 anni che già non ha più tempo per i corsi di lingua nella scuola della comunità di Sant’Egidio, nel quartiere romano di Trastevere, perché si è iscritta all’Università Roma Tre, per ottenere il riconoscimento della laurea siriana, e da poco lavora in un laboratorio dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di proprietà della Santa Sede.

«Sono tutti molto gentili e accoglienti. Devo ringraziare la dottoressa Ersilia Fiscarelli e il dottor Ruggero Parrotto per questa opportunità. Devo imparare cose nuove e tutti mi aiutano», spiega Nour , che si è laureata in biologia a Damasco e ha poi iniziato un dottorato in microbiologia a Montpellier. Un’esperienza interrotta quando, dopo due anni all’estero, nel 2013, la giovane donna, di origini palestinesi, è tornata per le vacanze in patria ed ha scoperto di non poter ripartire perché il regime siriano aveva adottato una politica restrittiva per l’espatrio dei palestinesi.

Due anni dopo, lasciare la Siria, con mezzi di fortuna, è stato l’unico modo per sfuggire alla violenza. Nour, il marito Hassan, che per ora ha trovato un lavoro part time in un negozio di Roma, e il figlio Riad, che tra poco compie tre anni, hanno lasciato Damasco il 4 dicembre. Sulla città ci sono continui bombardamenti. Con un primo trafficante, e a bordo di diversi mezzi («un’ambulanza, un motorino, un camion…») raggiungono Aleppo ovest, controllata dal cosiddetto Stato islamico che non vuole lasciarli andare, con un secondo trafficante fuggono nuovamente e entrano in Turchia, prima a Kilis, poi a Gazientrep e infine, con un gruppo di un altro centinaio di profughi, Istanbul. «Abbiamo chiesto un visto per la Francia, abbiamo aspettato, ma è stato rifiutato», racconta Nour Essa. La famigliola riparte per Izmir, direzione Grecia, ma non mancano le difficoltà: «Le frontiere erano difficili da passare perché c’era l’accordo tra Grecia e Turchia per il controllo dei passaggio dei rifugiati». Alla fine i tre montano su un barcone con altre sessanta persone per raggiungere la costa greca la notte del 18 marzo. «Il viaggio è durato due ore e mezzo, poi il motore non funzionava più, siamo rimasti mezz’ora in mare ad aspettare, alla fine la guardia costiera greca ci ha preso».

Il gruppo viene sbarcato nell’isola di Lesbo, dove le autorità greche e le organizzazioni non governative sono «molto accoglienti», curano i transfughi con problemi di salute e li sistemano in un campo per rifugiati. Appena in tempo: «Siamo stati fortunati perché nel giorno in cui siamo arrivati noi abbiamo preso i nostri fogli amministrativi alle sei della mattina, mentre le persone sulle barche che sono arrivate lo stesso giorno alle 18 o alle 19 della sera non hanno ottenuto i fogli, era appena cominciata l’applicazione dell’accordo, e queste persone sono rimaste bloccate». Gli afgani, quel giorno stesso, vengono rimpatriati.

Il 16 aprile nell’isola greca arriva Papa Francesco, accompagnato dall’arcivescovo di Atene e dal patriarca ecumenico Bartolomeo. E, a sorpresa, riporta a Roma con sé sull’aereo dodici rifugiati siriani musulmani. Tra di loro ci sono Nour, Hassan e Riad. «Il Papa per me è un esempio perché ha usato la religione per servire gli esseri umani non per controllarli, anche gli altri uomini religiosi del mondo dovrebbero fare così» commenta la donna, che ha poi incontrato nuovamente Francesco sia in Vaticano che durante la sua recente visita all’Università di Roma Tre. Le famiglie vengono sistemate in diversi appartamenti di Roma, gli affitti sono pagati dal Vaticano. «Al secondo giorno di permanenza, grazie alla comunità di Sant’Egidio, i bambini già frequentavano le scuole», ha raccontato lo stesso Bergoglio di recente al giornale di strada milanese Scarp de’ tenis. «Poi in poco tempo hanno trovato dove alloggiare, gli adulti si sono dati da fare per frequentare corsi per imparare la lingua italiana e per cercare un qualche lavoro. Certo, per i bambini è più facile: vanno a scuola e in pochi mesi sanno parlare l’italiano meglio di me».

Nour conferma con una risata: «Mio figlio canta sempre “Il coccodrillo come fa”…». La famiglia si è adattata alla vita italiana e al caos della Capitale. Alla giovane donna manca il suo Paese, le bellezze archeologiche romane le ricordano gli edifici antichi di Damasco, ma sono soprattutto gli amici e i famigliari che le mancano. La madre e il fratello partiranno presto per la Francia, dove Nour ha altri parenti, dove hanno ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiati politici. Quando la guerra sarà finita vorrebbero tornare in Siria. Ora la speranza è semplice: «Non siamo jihadisti, non siamo terroristi, non facciamo paura a persona, vorremmo solo vivere una vita in pace: questa è la richiesta di ogni essere umano, il diritto di ogni essere umano. Siamo tutti uguali, noi abbiamo una vita normale come tutti gli europei, abbiamo un lavoro, abbiamo una casa in Siria ma siamo scappati dalla guerra. E siamo scappati anche per chiedere una vita di pace al mio bambino, perché ha il diritto di vivere in pace come tutti gli altri bambini del mondo… e come abbiamo fatto anche noi da piccoli».

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