Don Gigi, tetraplegico dopo una caduta: «Un nuovo cammino»

Storie - 4 aprile 2017

AVVENIRE – Andrà in libreria il 6 aprile, per le edizioni Terre di mezzo, «Ovunque tu vada. Vivere l’essenziale un minuto alla volta», il libro-testimonianza di Don Gigi Sabbioni. Don Gigi racconta come un banale incidente, abbia trasformato un parroco nel pieno delle sue forze in un «tetraprete» (come lui stesso si definisce), completamente paralizzato.

Da lì in avanti tutto cambia. Queste pagine sono un viaggio intimo tra le frontiere dell’esistenza umana, dove si radicano le scelte di un uomo, la fede, il rapporto con gli amici, col proprio corpo e la totale dipendenza dagli altri. Don Sabbioni, nato a Lodi nel 1958, dal 1982, è sacerdote nella stessa diocesi. Il libro, edito da Terre di Mezzo (pagine 144, euro 13,50), viene presentato oggi a Lodi: aula magna liceo “Verri”, via San Francesco. Anticipiamo alcuni brani dove l’autore spiega il cammino di rinascita dopo la tragedia che, a 53 anni, l’ha immobilizzato.

Prima mi spostavo. Dal 25 luglio 2011, invece, mi spostano. Ho sempre viaggiato molto, spesso da solo e con qualsiasi mezzo, per raggiungere luoghi e persone, per partecipare a incontri o tenere conferenze. Dall’Islanda – dove terra, aria, acqua e fuoco si mescolano rumorosamente all’immensità – al Monte Athos, dov’è il silenzio a dare un significato ai quattro elementi, fino a Taizé, dove una comunità ecumenica di frères apre l’orizzonte sul cristianesimo del futuro. Poi i mille sentieri di montagna e le camminate tra paesaggi pervasi di pace per raggiungere un lago e riflettervi i pensieri. Oggi il viaggio più avventuroso va dalla camera da letto al soggiorno, scalate e discese le compio ormai solo in ascensore. Non posso allacciarmi le scarpe. E se anche potessi, non servirebbe a niente.

Prima ero fiero della mia indipendenza e riconosco – con la consapevolezza del dopo – che mi muoveva un certo senso di onnipotenza generata dalla convinzione di ognuno di noi essere autonomi a partire dalla disponibilità, almeno, delle proprie gambe. Poi ho dovuto imparare ad attendere che altri si prendessero cura del mio corpo: oggi aspetto chi mi lava, mi veste, mi solleva dal letto per appoggiarmi sulla carrozzina. Ora so quello che un tempo immaginavo guardando le persone ferite nel corpo. Prima provavo compassione, adesso si è aggiunta la comprensione, quella che nasce dal vedere la vita, quella vita, dal di dentro. Eppure il viaggio continua, così come la libertà di esserci con lo sguardo, l’ascolto, la parola. Oggi so, spero di averlo sufficientemente imparato, che si vive un giorno alla volta. O meglio: un minuto alla volta.

I tuoi giorni possono cambiare all’improvviso. Era già successo: cresciuto in una famiglia cattolica, praticante ma non all’eccesso, avevo frequentato come molti miei coetanei l’oratorio impegnandomi nel catechismo per i più piccoli, poi il liceo scientifico di Lodi e poi… poi, verso la quarta liceo, pensai che avrei potuto costruire una vera relazione con Gesù. Non so spiegarne le ragioni, e questa è la risposta migliore che ho trovato, ma cominciai a pensare che avrei potuto frequentare il seminario. Ne parlai con il mio prete, non sapevo come dirlo ai miei. Lui mi anticipò parlandone a mia madre. Una sera, davanti alla Domenica sportiva, mio padre, uomo di poche parole e molti fatti, senza distogliere lo sguardo dalla televisione mi disse: «La mamma mi ha detto delle tue intenzioni. Noi siamo contenti se tu lo sei, ricordati che in ogni caso devi essere una persona onesta. E che per questa scelta devi prepararti a una vita di sacrificio». Ormai credevo di essermi avviato su un percorso scandito dal ritmo regolare degli impegni di un prete e di un parroco. Capita a tanti di sentirsi su una strada sicura, e poi, per motivi lieti o drammatici, di dover ricominciare da capo: la nascita di un figlio, un’eredità, un fallimento, il trasferimento in un altro Paese… O una caduta. Per me il secondo grande cambiamento dopo il seminario si verificò all’età di 53 anni, nel 2011, per una banale scivolata: mi ritrovai in rianimazione all’ospedale di Verona, tetraplegico da allora in poi.

Era un lunedì mattina, quel 25 luglio. Dopo aver preparato la borsa raggiunsi l’eremo camaldolese di San Giorgio, un posto magnifico circondato da cipressi secolari che si affaccia sul golfo di Garda. Lì avrei potuto ritemprarmi e raccogliermi in preghiera. Il tempo di arrivare e di farmi assegnare la camera dai monaci, ed ero già fuori per una passeggiata, quasi a riprendere familiarità con quei luoghi che molte altre volte mi avevano rigenerato. Poi il vuoto sotto i piedi e nella mente. Non ho un ricordo preciso di quello che è successo, ma quell’istante cancellato dalla memoria ha cambiato il corso della mia storia. Ero davanti alla chiesa del monastero e rotolai giù da un promontorio alto circa quattro metri, ritrovandomi steso sulla strada sterrata lì sotto, senza più riuscire a muovere braccia e gambe. Non credo di aver perso conoscenza: ricordo di aver gridato subito aiuto e quasi subito sentii arrivare qualcuno. Dopodiché i ricordi si fanno nuovamente confusi: respiravo a fatica, invocavo il Signore ed ero certo di essere a un passo dalla fine. Infine il buio dell’anestesia.

Lentamente il tempo riprese a scorrere persino con una relativa serenità. Mi sentivo protetto e custodito, ma all’inizio non fu semplice. Anche se in terapia intensiva eravamo una ventina di pazienti, non riuscivamo a comunicare tra di noi: non puoi girarti, puoi solo fissare il soffitto, così diventa difficile collocare nello spazio le voci che senti nella stanza. Avevo però un peso sul cuore: mi mancavano la presenza e la parola del prete che da lunghi anni era il mio punto di riferimento, l’abba amico fedele, il saggio, che sette volte era andato sotto i ferri e ben sapeva cosa significa patire… Ed ecco che puntualmente arrivò il suo messaggio: «Io veglio su di te. Ora tu sei la pagina più sconcertante del Vangelo». Parole brevi ed efficaci che davano senso e sostenevano la speranza.

Nonostante fossi completamente immobile a letto, mi venne spontaneo il desiderio di riprendere a comunicare con tutti quelli che non potevo incontrare per ovvi motivi. Quasi all’improvviso mi resi conto che un messaggio registrato sul cellulare poteva essere fatto circolare. Una piccola cosa, eppure straordinaria: spezzare il cerchio della solitudine e delle disabilità, comunicare di nuovo con le sorelle e con i fratelli che prima incontravo quotidianamente, ma soprattutto la domenica, celebrando la Messa in parrocchia. Il 14 agosto registrai il primo messaggio: «Care sorelle e cari fratelli, per me è una gioia potervi raggiungere dentro questo segno semplice della parola. Vi ringrazio tutti per l’oceano di bene che mi state mandando, per tutti i messaggi, le preghiere, per tutto quello che mi fate arrivare… Spero di potervi dare qualcosa anche io: è il mistero della reciprocità, è la comunione… l’anima mia magnifica il Signore perché questo momento che potrebbe essere solo un problema, penso diventerà una risorsa». A proposito, “inciampo” sta all’origine della parola “scandalo”, e io sono scandalosamente inciampato. Forse era necessario affinché guardassi, di nuovo, dove stavo mettendo i piedi lungo il mio cammino, e decidessi in quale direzione compiere il passo successivo.

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