Lavoro. Storie di commesse a cui hanno rubato la festa

Storie - 5 aprile 2017

AVVENIRE – Quelli che… la domenica sono schiavi dei centri commerciali. Potrebbe essere una frase del celebre brano di Jannacci. In quegli anni Settanta almeno la fabbrica di un’altra sua ‘eroina’, Vincenzina, la domenica era chiusa e lei Rivera poteva anche andarlo a vedere giocare. Ora invece Vincenzina, la domenica, lavora in un centro commerciale fino a mezzanotte. Però può stare a casa il martedì… Domenica bestiale, cantava un altro milanese qualche anno dopo non immaginando però che quell’aggettivo avrebbe un giorno assunto il suo letterale significato. Così sul lago a fare un giro in barca con Concato ora non ci si può più andare.

Di sicuro non Giuseppina Ruffo, 51 anni, al Carrefour di Assago da 28 anni. «Iniziai come stagionale – racconta –. Ai tempi si lavorava soltanto le domenica prima di Natale. Poi una ogni tanto e ora due al mese, anche se il mio contratto non include affatto il lavoro domenicale obbligatorio. I nuovi contratti invece non solo lo prevedono, ma lo vincolano all’eventuale concessione di riduzione di orario. Io sono una mamma, sono lì da vent’anni e lavorare la domenica non mi va bene per niente. È vero che le mie figlie sono ormai grandi, ma mi farebbe lo stesso piacere stare un po’ con loro almeno la domenica visto che durante la settimana sono via tra studio e lavoro».

Va ancora peggio a Marta Maffei, 42 anni, per metà della sua vita in un negozio Sisley presso il centro commerciale Carosello di Carugate, sempre in provincia di Milano, mosaico a cielo aperto di queste cittadelle mercantili. «In un mese lavoro almeno tre domeniche – sbotta questa madre di due figli 15enni –. I datori di lavoro dicono che non hanno sufficienti incassi per poter assumere, per cui o lavoriamo la domenica o si chiude il negozio». Situazione che riguarda anche altri marchi presenti nel centro commerciale: dai tre ai dieci dipendenti per negozio, non di più. Dovendo garantire la rotazione per l’apertura e la chiusura sulle 13 ore quotidiane, più il giorno di riposo e almeno una domenica a testa a casa. Ma le aperture domenicale fanno bene agli incassi o non più di tanto? Sembra non avere dubbi, Marta. «Paradossalmente gli incassi di adesso sono persino più bassi di quando si apriva una sola domenica al mese – spiega –. Adesso si concentrano quasi tutti nel weekend, ma se andiamo a riguardare gli incassi di quando eravamo chiusi la domenica si vede che anche il lunedì e gli altri giorni si lavorava bene, oltre che ovviamente venerdì e sabato. Gli incassi si spalmavano su più giornate anziché concentrarsi. E poi chi lavora la domenica costa di più all’azienda». Ma a non andarle giù sono soprattutto i nuovi contratti che obbligano al lavoro domenicale. «Io con il vecchio contratto – continua Marta –, se la tal domenica ho la comunione di mia figlia, posso dire al titolare che non vado a lavorare. Con i nuovi invece si deve persino chiedere un permesso e concessione è a discrezione del datore di lavoro.

È giusto ritenersi fortunati solo per il fatto di poter andare al parco la domenica coi propri figli?». «Lo dico con amarezza – sottolinea il sindacalista Gualtiero Biondo, dell’ufficio vertenze Cisl –, ma questa assurda situazione è anche conseguenza della mentalità della gente che alle piazze reali dove andare la domenica sta preferendo quelle artificiali dei centri commerciali. Si faranno anche acquisti, ma molti ci vanno per solitudine e noia, non rendendosi conto che chi ci lavora vorrebbe invece godersi la propria famiglia e il riposo». Dietro a tutto ciò la distorsione di una facoltà concessa dalla legge che porta così ad aperture 7 giorni su 7 e 24 ore su 24. «Il lavoro domenicale in certi settori come turismo, trasporti e sanità è uno stato di fatto – spiega Biondo –, ma approfittando di alcuni escamotage la logica dei grandi centri commerciali è diventata pesante e aggressiva. Gli stessi titolari dei negozi ospitati sono vittime. Allettati da vantaggiosi contratti di affitto degli spazi commerciali si vedono poi costretti a tenere sempre aperto». «Per colpa delle domeniche lavorative – lamenta la 50enne Emanuela Milesi, da trentun anni al Carrefour di Carugate – non riesco ad accudire come vorrei i miei genitori anziani. Durante la settimana sono impiegata all’ufficio ricevimento, due domeniche al mese passo invece alla cassa o al rifornimento. Ma non è certo questo che mi scoccia: è la perdita della domenica. In un anno ne abbiamo solo 17 da vivere come si è sempre fatto stando insieme ai propri cari, ai parenti, agli amici. Io lavoro in amministrazione e conosco le cifre. Non c’è affatto più guadagno di prima, ma soltanto meno libertà e dignità».

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